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NATO in confusione senza un piano C

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NATO piano c

Realizzato il Piano A e fallito il piano B ora la NATO cerca un nuovo piano per esistere

Per capire il motivo per il quale è stata istituita la NATO è utile ricordare che il suo primo segretario generale è stato Lord Hastings Lionel Ismay, noto per aver tracciato, con una sintetica frase, gli obiettivi dell’Alleanza Atlantica: “Tenere i sovietici fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”.

Lord Hastings Lionel Ismay è stato nominato nel marzo 1952, ha assunto ufficialmente l’incarico il 4 aprile 1952 (terzo anniversario della firma del Trattato Atlantico del Nord) e lo ha ricoperto fino al 16 maggio 1957.

È importante ricordare che Lord Hastings Lionel Ismay era generale dell’esercito britannico e stretto collaboratore di Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale (come suo capo di stato maggiore militare).

Questo il Piano A, strettamente connesso con la Guerra Fredda, la presenza dei due blocchi e del Patto di Varsavia.

Il piano A ha funzionato fino a quando l’Unione Sovietica è esistita, con la Guerra Fredda intesa come equilibrio tra grandi potenze.

Nel periodo tra il 1989 e il 1990 si assiste alla caduta dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est. Le Repubbliche Baltiche dichiarano la sovranità o l’indipendenza. Gorbačëv tenta di negoziare un nuovo Trattato dell’Unione per mantenere una federazione più decentralizzata.

Il 19 agosto 1991, alcuni membri duri del PCUS, del KGB e dell’esercito mettono agli arresti domiciliari Gorbačëv nella sua dacia in Crimea, per fermare le riforme e il nuovo trattato.

Il colpo fallisce in pochi giorni grazie alla resistenza popolare e soprattutto all’opposizione ferma di Boris El’cin, presidente della Repubblica Russa, che si arrampica su un carro armato a Mosca per incitare la folla.

Il fallimento del putsch umilia Gorbačëv, rafforza El’cin e accelera la dissoluzione del PCUS.

Il 21 dicembre 1991, con il Protocollo di Alma-Ata (Kazakistan), 11 repubbliche (tutte tranne la Georgia) aderiscono alla CSI, confermando la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Il 25 dicembre 1991 Gorbačëv annuncia in diretta TV le sue dimissioni da presidente dell’URSS. Alle 18:35 la bandiera rossa con falce e martello viene ammainata dal Cremlino e sostituita dal tricolore russo.

Il 26 dicembre 1991 Il Soviet Supremo dell’URSS ratifica formalmente la dissoluzione. L’URSS cessa di esistere legalmente e tra il 31 dicembre 1991 e il 1º gennaio 1992 la dissoluzione diventa definitiva.

Finiscono la Guerra Fredda e il bipolarismo mondiale, aprendo l’era dell’unipolarismo americano.

E qui siamo al Piano B.

Gli obiettivi di Lord Hastings Lionel Ismay: “Tenere i sovietici fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”, diventano: “Circondare la Russia e possibilmente smembrarla per conquistarla; tenere gli americani dentro come dominus militare e politico e fare dei tedeschi il dominus economico in veste di Unione europea”.

L’idea di fondo degli USA e della NATO è che la fine dell’Unione Sovietica sia anche l’inizio del predominio mondiale dell’eccezionalismo americano (l’idiozia della fine della storia di Francis Fukuyama).

Dopo il crollo dell’URSS, il Paese visse caos economico, iperinflazione, privatizzazioni selvagge e l’ascesa rapida di oligarchi che acquisirono immense ricchezze (e potere) spesso in modi opachi.

Tra questi, importante per capire quel periodo, la vicenda dei “magnifici sette”, il gruppo noto in russo come semibankirshchina (семибанкирщина), cioè la “regola dei sette banchieri” o “i sette banchieri”.

Si tratta di un gruppo di banchieri e oligarchi che, tra il 1996 e il 1998 circa, esercitarono un’influenza enorme sulla politica ed economia russa durante la presidenza di Boris El’cin.

I sette principali erano: Boris Berezovsky, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky, Vladimir Potanin, Mikhail Fridman, Petr Aven, Alexander Smolensky e controllavano gran parte del sistema bancario, dei media e di assets strategici (grazie alle privatizzazioni degli anni ’90, come i “prestiti per azioni”).

I “magnifici sette” erano accusati di manipolare il presidente “da dietro le quinte”, influenzando nomine governative e decisioni economiche.

I “sette” aiutarono Boris El’cin a vincere contro il comunista Gennady Zyuganov nel 1996, ma il loro dominio finì con l’arrivo di Vladimir Putin al potere (dal 1999-2000), che ridimensionò molti di loro (alcuni esiliati, altri imprigionati o costretti a cedere assets).

Nel 1996, durante il forum svizzero di Davos (World Economic Forum), tempio della finanza internazionale, il gruppo dei sette si incontrò in privato e strinse un’alleanza strategica.

L’incontro a Davos fu il momento in cui formalizzarono il “patto di Davos” per finanziare massicciamente la campagna di Boris El’cin, controllare i media e influenzare la politica russa.

Il patto era anche funzionale ad un coordinamento con parti della finanza e dei consulenti occidentali.

Boris El’cin vinse le elezioni del 1996, ma a caro prezzo: corruzione, debito pubblico e un rafforzamento del potere oligarchico.

Il patto degli oligarchi con la finanza occidentale e con il World Economic Forum era funzionale alla colonizzazione della Russia.

Contestualmente al tentativo della colonizzazione finanziaria, in quegli anni la NATO tentò di attuare il Piano B, circondando la Russia e inglobando i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, venendo meno alle assicurazioni date.

L’espansione della NATO dal 1991 a oggi rappresenta uno dei cambiamenti geopolitici più significativi in Europa dopo la fine della Guerra Fredda. Nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la NATO contava 16 membri (i 12 fondatori del 1949 più Grecia e Turchia nel 1952, la Germania Ovest nel 1955 e la Spagna nel 1982). Oggi, nel 2026, l’Alleanza conta 32 membri.

L’espansione è stata vista dai nuovi membri come una garanzia di sicurezza collettiva (Articolo 5 del Trattato Atlantico). La Russia l’ha invece interpretata come una minaccia alla propria sfera di influenza, citandola spesso come uno dei motivi di tensione (incluso nel contesto della guerra in Ucraina).

L’idea dei neocon Usa e dei Dem, in particolare, è stata quella di circondare la Russia, di sfiancarla economicamente e, possibilmente, di farla esplodere in tanti stati.

L’idea di “far esplodere” la Russia in tanti Stati separati, ossia di addivenire ad una dissoluzione della Federazione Russa, è un tema che circola da decenni tra analisti geopolitici, oppositori russi in esilio e alcuni ambienti occidentali.

La Russia è una federazione vastissima (il Paese più grande del mondo), con oltre 190 etnie, 21 repubbliche “titolari” (con una certa autonomia formale, come Tatarstan, Bashkortostan, Cecenia, Yakutia/Sakha, ecc.), oblast e distretti autonomi.

Molte di queste entità hanno identità etniche, linguistiche o religiose distinte da quella slavo-russa dominante e storicamente hanno avuto tensioni con Mosca.

C’è chi pensa che una Russia più debole e divisa ridurrebbe la minaccia di aggressioni future contro vicini (Ucraina, Georgia, Paesi Baltici, ecc.), limitando la capacità di proiezione di potenza di Mosca.

Esistono forum come il “Free Nations of Post-Russia Forum” (che riunisce esuli da varie repubbliche) che immaginano una “decolonizzazione controllata” in decine di nuovi Stati indipendenti (fino a 40-50 entità ipotetiche), molti dei quali denuclearizzati.

Alcuni analisti occidentali hanno scritto che un collasso potrebbe essere “buono per tutti”, perché ridurrebbe il rischio di guerre espansioniste.

Una dissoluzione caotica tuttavia potrebbe portare a lotte per il controllo dell’arsenale, con rischi di proliferazione, colpi di Stato o “Stati falliti” con armi nucleari (peggio della Jugoslavia o dell’URSS nel 1991). Far “esplodere” attivamente uno Stato nucleare è un’ipotesi pericolosissima, che potrebbe generare più caos, morti e minacce globali di quante ne risolva.

La Russia ha reagito come sappiamo, anche per difendere il suo sbocco sul Mar Nero e il dominio sul Mar D’Azov che è l’ingresso delle cinque vie d’acqua.

Le cinque vie d’acqua russe si riferiscono al celebre sistema di idrovie della Russia europea, che permette di collegare Mosca (soprannominata “porto dei cinque mari”) a cinque grandi bacini idrici: il Mar Bianco, il Mar Baltico, il Mar Caspio, il Mar d’Azov e il Mar Nero.

Questo network, noto come Unified Deep Water System of European Russia (Sistema Unificato di Idrovie della Parte Europea della Russia), è un capolavoro di ingegneria idraulica sovietica che integra fiumi naturali, laghi e canali artificiali. Grazie a esso, le navi possono navigare tra questi mari senza uscire in oceano aperto, sfruttando soprattutto la grande arteria della Volga.

Ecco i cinque mari e le rotte principali che li raggiungono da Mosca:

Mar Caspio – Direttamente tramite la Volga (il fiume più lungo d’Europa).
La Volga sfocia nel Caspio dopo un percorso di oltre 3.500 km.

Mar d’Azov e Mar Nero – Dalla Volga si passa al Don tramite il Canale Volga-Don (costruita negli anni ’50).
Il Don sfocia nel Mar d’Azov, che a sua volta comunica con il Mar Nero attraverso lo Stretto di Kerch.

Mar Baltico – Dalla Volga si risale verso nord tramite il Canale Volga-Baltico (Volgo-Balt), che collega al Lago Onega, al fiume Svir, al Lago Ladoga e infine al fiume Neva (che sfocia nel Golfo di Finlandia, parte del Mar Baltico).

Mar Bianco – Dal sistema del Lago Onega si raggiunge il Mar Bianco tramite il Canale Mar Bianco-Baltico (Belomorkanal), uno dei grandi progetti degli anni ’30.

Le cinque vie d’acqua, in un certo senso, suppliscono alla dominanza dei mari prima inglese e ora Usa.

Del confronto esistenziale geopolitico in corso ci dà un’idea puntuale Carl Shmitt nel suo Terra e Mare (Adelphi), laddove che la “storia del mondo è storia di lotta di potenze marinare contro potenze di terra e di potenze di terra contro potenze marinare”.

Secondo le spiegazioni simboliche, Schmitt ci ricorda che questo confronto è rappresentabile come la lotta “tra la potente balena, il Leviatano, ed un animale altrettanto forte, il Behemoth, che viene rappresentato come un toro o un elefante”.

Behemoth cerca di squarciare il Leviatano e il Leviatano chiude con le sue pinne bocca e naso dell’animale terrestre che non può più mangiare e respirare.

“Questa – scrive Shmitt – è, evidentemente, come solo un’immagine mitica può esserlo, la rappresentazione del blocco di una potenza terrestre da parte di una marinara che taglia i rifornimenti al paese per affamarlo”.

Evidentemente l’animale di terra, in questo caso l’Orso Russo, ha resistito al tentativo di soffocamento, soprattutto evitando che, con l’entrata nella NATO dell’Ucraina, si chiudesse l’ingresso delle cinque via d’acqua. Da questo punto di vista, il controllo della Crimea, del mar d’Azov e del Donbass è assolutamente vitale per Mosca.

Dopo quattro anni la guerra tra Russia e Ucraina è per Kiev una guerra persa, nonostante l’insistenza dei Paesi baltici e degli inglesi.

La Nato non è stata in grado di fare alcunché e l’Unione europea si è solo svenata per nulla.

L’obiettivo di sfiancare la Russia e di farla esplodere non è stato raggiunto.

Il Piano B è fallito.

Esiste un Piano C?

Evidentemente no, ed è da questa constatazione che nasce la critica degli USA all’Alleanza, alla luce della sua sostanziale inutilità.

Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, in una recente intervista alla TV satellitare al-Jazeera ha affermato di voler rimettere in discussione il rapporto tra NATO e USA, con gli Stati Uniti che “riesamineranno” la relazione con l’Alleanza una volta terminata la guerra contro l’Iran.

“Sono sempre stato – ha detto Rubio all’emittente – un grande sostenitore della NATO e una delle ragioni è che credo che questi ‘diritti’ (‘basing rights’, accordi sulle basi) ci diano una leva e flessibilità a livello di capacità operativa nel mondo. Ma se la NATO serve solo a difendere l’Europa in caso di attacco, negandoci poi i ‘basing rights’ quando ne abbiamo bisogno, non è un ottimo accordo”.

Per il segretario di Stato USA, infatti, “è difficile continuare a farne parte e dire che è positivo per gli Stati Uniti. Quindi tutto questo andrà rivalutato. Tutto dovrà essere riesaminato”.

Sulla stessa linea Donald Trump, il quale è tornato a criticare l’Alleanza e lo ha fatto individuando il punto di rottura con la NATO, della quale ha denunciato denunciare la scarsa collaborazione nella guerra contro l’Iran.

“La NATO è una tigre di carta”, ha detto Trump, convinto che il presidente russo Vladimir “Putin non abbia paura dell’Alleanza. Ha paura di noi, molta paura, me lo ha detto spesso”.

Il fatto è che per gli Stati Uniti la Russia non è più il nemico, ma un interlocutore. Il Piano B è inservibile.

Per continuare a vivere la NATO necessita di un Piano C che, per ora, non esiste.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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