Una tregua per evitare di passare il punto di non ritorno
Ieri l’ottima Elena Tempestini ci ha informato, notte tempo, all’uscita del giornale, del congelamento del conflitto sul Golfo Persico, perché, per quanto ci è possibile, la prima regola del giornalismo è dare la notizia.
Oggi, dopo aver valutato gli eventi, è il giorno delle analisi.
Il primo elemento da togliere di mezzo è l’illusione.
I quindici punti americani e i dieci punti iraniani non significano nulla e servono solo alla propaganda interna.
Usa, Israele e Iran non hanno raggiunto un accordo su nulla, stando alle dichiarazioni, se non che hanno evitato di superare il punto di non ritorno per vedere se l’allentamento della tensione può dar luogo finalmente ad una trattativa, che poco ha a che fare con i vari punti dichiarati, e che, inevitabilmente coinvolgerà, anche se non direttamente, le monarchie del Golfo.
Al momento i protagonisti della vicenda bellica non hanno raggiunto alcun accordo sulle questioni fondamentali (nucleare, missili balistici, sanzioni, ecc.)
In realtà nessuna delle due parti voleva far scattare la scadenza fissata da Trump, quindi hanno concordato di prorogarla di due settimane.
Pur avendo subito una forte devastazione del suo apparato militare, se la guerra con l’Iran finisse con un accordicchio o nel permafrost, il regime iraniano rimarrebbe intatto, manterrebbe il suo programma di arricchimento e nucleare, rimarrebbero le infrastrutture dei missili balistici e dei droni, i suoi proxy (Hezbollah, Houthi, Hamas) sarebbero ancora non del tutto neutralizzati e lo stretto di Hormuz sarebbe controllato dall’Iran, che ne gestirebbe il transito con pagamento di gabella in yuan cinesi.
In buona sostanza Usa e Israele avrebbero fatto un gran fracasso a suon di miliardi per nulla.
Dopo 5 settimane (circa a fine marzo) le stime dei costi per le operazioni statunitensi erano tra 22 e 31 miliardi di dollari totali, di cui 2-3,6 miliardi per attrezzature danneggiate o distrutte.
Per quanto riguarda Israele le proiezioni parlano di un mese di conflitto al costo di 12-13 miliardi di dollari (o più). Quindi, due mesi, uguale a 26 miliardi di dollari.
L’impatto economico globale ha visto schizzare i prezzi di petrolio e gas (con rincari significativi per famiglie e imprese, soprattutto in Europa) e ha registrato perdite sui mercati finanziari con stime di circa 12 trilioni di dollari in un mese (crolli azionari, volatilità), quindi 24 trilioni di dollari. Gli effetti conseguenti sono inflazione crescita e bollette energetiche.
Chi ha guadagnato la solita paccata di miliardi è chi aveva scommesso sul crollo del prezzo del barile, investendo al momento giusto, per arguzia, perizia o insider trading.
Un’analisi approfondita dei flussi finanziari potrebbe dirci molto su questa guerra dell’«ingolfo».
L’annuncio della tregua di due settimane ha provocato un crollo immediato e significativo del prezzo del petrolio sui mercati internazionali.
Il Brent (benchmark internazionale, consegna giugno) fa segnare un calo del 13-16,7% circa. La quotazione è scesa a 93-95 dollari al barile (da livelli pre-annuncio intorno a 108-112 dollari, con picchi recenti oltre i 110-111 dollari). In alcuni momenti ha toccato minimi intorno ai 91-93 dollari.
Il WTI (West Texas Intermediate, greggio USA, consegna maggio) ha fatto segnare un calo del 14-18% (fino a -18,3% in alcune contrattazioni). Il WTI è sceso a 92-96 dollari al barile (da oltre 112-117 dollari nei giorni precedenti). In alcuni momenti ha toccato 92-93 dollari.
Stiamo parlando di una delle maggiori flessioni giornaliere degli ultimi anni (simile a quelle viste durante il Covid nel 2020). Il petrolio è tornato sotto i 100 dollari al barile, ma rimane comunque ben al di sopra dei livelli pre-conflitto (intorno ai 70-72 dollari a fine febbraio 2026, prima dell’inizio delle operazioni il 28 febbraio).
Effetto immediato anche su gas naturale e prodotti raffinati (benzina e diesel futures in calo del 10% circa).
Le Borse hanno reagito positivamente: rialzi forti in Asia (Tokyo +5% in alcuni indici), futures USA in forte crescita (Dow +900-1300 punti in pre-apertura), Europa in rialzo.
Una bella botta positiva per la finanza, in attesa delle prossime montagne russe del petrolio.
La tregua appare fragile e dovuta a non superare, come s’è detto, il punto di non ritorno di un annientamento delle infrastrutture iraniane che avrebbe avuto contraccolpi.
La tregua dura, salvo aggiustamenti o sorprese, due settimane.
Non volendo fare i pesci in barile, fingendo di non vedere e di non capire, è necessario mettere nel conto che la volatilità del prezzo del barile, quello del petrolio, resterà alta.
Se i colloqui per una pace duratura fallissero o se ci fossero violazioni, il prezzo potrebbe risalire rapidamente.
La fragilità dell’accordo risiede, in primo luogo, nel fatto che, con tutta probabilità, Israele ha assentito con la riserva di non osservarlo e nell’altro fatto che da parte iraniana c’è chi vuol trattare e chi non ne vuol sapere.
Guarda caso, il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, come riferisce l’agenzia iraniana Fars, legata ai Pasdaran (quelli contrari alle trattative), è stato interrotto già in seguito agli attacchi israeliani contro il Libano, dove ci sono stati 89 i morti e 722 i feriti.
Molte persone sono ancora intrappolate sotto le macerie, mentre gli ospedali della zona sono sotto forte pressione. Il ministero libanese parla di decine di morti e centinaia di feriti.
La Casa Bianca sostiene che il “Libano non fa parte dell’accordo di cessate il fuoco”.
L’Iran già minaccia ritorsioni a violazioni israeliane: “Pochi minuti fa – riferiva ieri l’emittente Irib – un drone Hermes 900 è stato intercettato e distrutto dai sistemi di difesa aerospaziale delle Guardie Rivoluzionarie. L’ingresso di qualsiasi velivolo americano o sionista nei cieli del Paese sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e verrà data una risposta decisiva”.
Il drone Hermes 900 (noto anche come Hermes 900 Kochav, che in ebraico significa “Stella”) è di produzione israeliana ed è un UAV MALE (Medium Altitude Long Endurance) multi-missione, usato principalmente per sorveglianza, intelligence (ISTAR), pattugliamento marittimo e missioni tattiche. Ha un’autonomia fino a circa 36 ore.
Per Trump l’accordo è una “vittoria totale e completa. Al 100%”, ma il vicepresidente Vance parla di “tregua fragile”. I negoziati prenderanno avvio domani in Pakistan e la Casa Bianca si prepara a inviare il vicepresidente J.D. Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner.
L’impressione è che, al di là di ogni illusione, la guerra dell’Iran contro Usa, Israele e l’occidente non sia finita e non finirà, perché fino a quando esisterà la Repubblica islamica, il regime iraniano non porrà mai fine alla sua guerra nichilista contro l’Occidente.
Può essere che la strategia iraniana sia quella di trasformare il conflitto da una guerra calda a una guerra fredda con l’Occidente, anche se bisogna mettere nel conto che la leadership della Repubblica Islamica, fedele ai princìpi della rivoluzione khomeinista, è disposta a sacrificare il Paese e il popolo pur di mantenere il potere e l’ideologia originaria, con l’obiettivo di espellere gli Stati Uniti e Israele dal Medio Oriente.
Difficile pensare che Israele sia disponibile a chiudere la vicenda con la Repubblica islamica ancora in grado di attaccarlo e di manovrare i suoi proxy.
In ogni caso non dobbiamo dimenticare che a gennaio questa banda di assassini che sono al comando della Repubblica Islamica hanno ucciso 30 mila giovani che protestavano e, in questi giorni, stanno impiccando e facendo sparire una quantità di persone.
Siamo di fronte all’equivalente del nazismo di Hitler e delle SS, mentre la propaganda occidentale suicida tenta di accreditare gli assassini come dei bravi ragazzi attaccati dai feroci americani, istigati dai cattivi israeliani.
Probabilmente Trump sta vendendo la pelle dell’orso senza averlo ammazzato, mentre Vance prende atto della fragilità dell’accordo. Non è da escludere che, sia da parte iraniana, sia da parte israeliana, nei prossimi giorni si mettano in atto incidenti volti a far fallire il permafrost.
Pigolano, sullo sfondo, gli europei. “Inostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”, hanno affermato in una nota congiunta i leader Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, Friederich Merz, Keir Starmer, Mette Frederiksen, Jens Jetten, Pedro Sanchez, la presidente della Commissione europea von der Leyen, il presidente del consiglio europeo Costa e il primo ministro canadese Carney. “Chiediamo a tutte le parti – hanno aggiunto – di attuare il cessate il fuoco, anche in Libano”.
Dopo l’annuncio del cessate il fuoco di due settimane, scrivono i capi di governo e delle istituzioni Ue, “l’obiettivo deve ora essere quello di negoziare una fine rapida e duratura della guerra nei prossimi giorni.
Ciò può essere realizzato solo con mezzi diplomatici”. “Incoraggiamo – ribadiscono i leader – vivamente rapidi progressi verso una soluzione negoziata sostanziale. Ciò sarà fondamentale per proteggere la popolazione civile dell’Iran e garantire la sicurezza nella regione.
Può scongiurare una grave crisi energetica globale. Sosteniamo questi sforzi diplomatici. A tal fine, siamo in stretto contatto con gli Stati Uniti e altri partner”.
In attesa che un accordo vero si raggiunga, comunque, gli europei stanno lontani dal Golfo. Meglio evitare di farsi male.





