Il voto ha segnalato il disagio popolare
Leggo che, nel fronte del Sì, analizzando le ragioni della sconfitta, si elencano molti motivi che condivido in gran parte ma sui quali sarebbe interessante sviluppare confronti più completi.
Qui ne pongo uno: il voto, si dice, ha segnalato un fortissimo disagio popolare.
Paola Bergamo, commentando il bellissimo articolo Le ragioni della débâcle di Salvo Di Bartolo sul Nuovo Giornale Nazionale, ritiene che il No sia stato «espressione di un malessere popolare caleidoscopico come reazione alle mancate risposte al caro bollette, al caro vita e all’aumento vertiginoso del caro benzina (vedasi guerra all’Iran)… al lavoro povero e alle cose che esponenzialmente hanno aumentato una insofferenza allo stato delle cose».
Impossibile essere in disaccordo.
C’è un ma. Trovarsi in una situazione che vede due guerre ai “confini”, uno shock energetico, una politica industriale europea da dover mettere frettolosamente in soffitta, una crisi profonda delle alleanze ma soprattutto del sistema mercati nel quale si è finora vissuti, tutto questo ed ancora tanto altro porta inevitabilmente a disagi sociali profondi, la cui soluzione è impossibile – ripeto impossibile – in un clima politico conflittuale come quello italiano.
C’è una carenza nel Governo che è solare; c’è una irresponsabilità nell’opposizione nel cavalcare ogni e tutte le pulsioni: giuste ma spesso impossibili da soddisfare. Si chiedono risposte contingenti – cioè congiunturali – che tolgono ogni spazio a risposte strutturali.
E allora bisogna capirsi se si considera che le crisi in atto siano solo episodi momentanei o se esse sono sintomi di una più ampia crisi di equilibri e riassetti.
In questo secondo caso, ogni risposta deve avere orizzonti che inevitabilmente contrastano con risposte a bisogni immediati. Praticare cinismo è legarsi alla realtà.
Si può discutere se i cordoni di borsa Giorgetti li abbia stretto troppo: ma non si può criminalizzare la stretta.
Si può discutere dei salari poveri ma se questo non viene collegato alla produttività non se ne esce: ed il salario minimo è una risposta insufficiente ed anti-strutturale.
Si può discutere del caro bollette: ma se si pensa ad interventi economici dello Stato tanto forti da neutralizzare le perdite di famiglie ed imprese forse non si ha chiara la situazione del nostro bilancio.
Si può discutere del mancato taglio alle spese correnti ma senza dimenticare che nessun Governo ha mai potuto muoversi su questo piano. Ricordiamo le motivazioni delle dimissioni nel 2014 di Cottarelli dall’incarico sulla spending review e il vuoto che vi è stato dopo di lui.
Se su questi e tanti altri argomenti si sollecita non una visione di prospettiva che giustifichi i sacrifici – e questa visione non c’è nella maggioranza – ma la soluzione immediata, il malessere resterà comunque. Perché quello che si chiede, e come lo si chiede, non ha nessun rapporto con la realtà.
Propongo questi approfondimenti perché ho una preoccupazione.
Se davvero è in questo malcontento generale la sostanziale origine del risultato referendario, ci può essere la tentazione – e forse qualcosa in più – di sgombrare il campo da esso in vista delle elezioni. E, nell’ultimo anno, realizzare una pletora di interventi sui salari, sui finanziamenti dei servizi, sugli aiuti alle imprese…
Meloni è un buon generale al quale manca l’esercito. Ma è anche una che – si dice – non è una statista: persegue un suo scopo politico. Se è così, una follia che le faciliti un’opposizione fortissima, fatta prima di lasciare il comando, non può essere esclusa.
E, in fondo, sarebbe anche giustificata.





