L’Italia degli struzzi si prepara a voltare il referendum del 22 e 23 marzo
In un’Italia spesso apparentemente entusiasta nel voler cambiare tutto, ma che in fondo, non vuole cambiare niente, si avvicina la data del referendum del 22 – 23 marzo per la riforma costituzionale della separazione delle carriere dei magistrati.
Eppure, è difficile immaginare in Italia una rivoluzione o una guerra civile, ovvero un cambiamento, ed infatti non è stato così, né per l’Unità d’Italia, per il fascismo e neanche per la guerra di liberazione partigiana, né per gli “anni di Piombo”, né per la lotta alla mafia, non si è mai parlato di vere e proprie guerre civili o rivoluzioni anche se i numeri dei morti forse lo potevano attestare.
Vi è insomma una tendenza tipica italica a mettere la “testa sotto terra”, come gli struzzi, noto uccello incapace di volare. Latente è nella genetica italiana la speranza che tutto passi e non cambi nulla; vi è una atavica pigrizia e ignavia che ci spinge ad una patologica prudenza ai limiti della codardia, a non accettare alcun cambiamento, al punto di far collassare il sistema e la nostra stessa esistenza.
È un problema genetico strutturale, fatto forse da troppe dominazioni e da quella speranza che, tutto passi, mantenendo quei privilegi derivanti da un paese dotato di una grande tradizione favorita da straordinarie condizione ambientale, storiche e culturali.
Ebbene, è proprio questa pavida prudenza, mista ad ignavia, che si respira nel paese in questi giorni preelettorali al referendum del 22/23 marzo.
La Costituzione repubblicana, esempio straordinario di equilibri instabili e contraddizioni ideologiche post belliche, come tutte le grundnorm necessita di adeguamenti all’evoluzione sociale e culturale del popolo italiano.
Pochi sanno che, recentemente, è stato modificato l’articolo 9 della Costituzione dalla legge numero 1 dell’11 febbraio 2022 con la quale si è voluto imprimere, come valore fondante, che la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, la tutela del paesaggio, del patrimonio storico artistico della nazione, la tutela dell’ambiente della biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni.
Pochi ricordano, nelle aule di giustizia, o fanno finta di non ricordarlo, che esiste l’art.111 della Costituzione, introdotto con la legge costituzionale numero 2 del 1999. Da questa ultima data, ogni giorno, nelle aule di giustizia penale, si consumano più o meno ingiusti processi.
Proprio quest’ultimo sentimento appartiene a gran parte degli italiani o almeno a coloro che hanno conferito, alla maggioranza di Governo, attraverso un mandato democratico, la riforma della separazione delle carriere dei magistrati.
Il grande conflitto in corso sul referendum del 22 – 23 marzo, in realtà, nasconde una crisi profonda e strutturale della democrazia italiana. Il non accettare i cambiamenti, i potenziali miglioramenti, il non ammettere la sfida del nuovo demonizzandolo come rovina.
Vi è qualcosa che attualmente unisce i comitati del no al referendum alle culture illiberali e reazionarie e che trova la cifra di congiunzione nel non accettare le opportunità, i possibili miglioramenti di un sistema giudiziario ormai al collasso. Nessuno con certezza e onestà intellettuale può dire che la riforma che si appresta ad essere votata dagli italiani risolverà tutti i problemi della Giustizia.
L’obiettivo di questa riforma è creare le condizioni per una profondo cambiamento culturale della Giustizia italiana, partendo proprio dai soggetti protagonisti del processo penale, i pubblici ministeri e i giudici.
È pur vero che la democrazia è espressione dei corpi intermedi e la magistratura è uno di questi, ma è evidente l’impatto straordinario che un pezzo dello Stato, in questo momento, sta avendo sull’opinione pubblica, condizionando l’espressione democratica, affermando che con “la riforma Nordio il giudici saranno sottoposti al potere politico”.
La magistratura italiana, rappresentata dalla Associazione Nazionale magistrati, quale corpo dello Stato sta mettendo in discussione i valori democratici; ciò che sta accadendo in tutta Italia è evidente con i cartelloni del “Comitato del no”, con dichiarazioni non veritiere ed in ultimo nell’invasione di spazi che dovrebbero essere neutri quali i Tribunali.
La realtà è che la stessa magistratura ha perso di fatto la consapevolezza di se stessa e si è, invece, riscoperta organo politico condizionante le libertà democratiche pur dovendo, invece, essere arbitro indiscusso di quella parte del sistema Stato chiamato giustizia.
La magistratura italiana ha completamente perso la sua vocazione; ha completamente dimenticato il dovere di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi e, più che mai, ha perso la responsabilità che compete alcuni cittadini, quali i magistrati, a cui sono affidate l’adempimento con disciplina ed onore delle funzioni pubbliche.
È imbarazzante che un corpo dello Stato, un corpo vitale, un corpo che dovrebbe essere il punto di certezza di un sistema giudiziario giusto, scenda in campo e condizioni le scelte dei cittadini.
La politica fatta da una parte dello Stato, non dei cittadini, l’azione politica dei pochi che di fatto sta trasformando la democrazia italiana in una oligarchia corporativista.
In pratica assistiamo ad una palingenesi pericolosissima che mina la profonda essenza della democrazia italiana che, per quanto debole e fragile, rischia di soggiacere ai poteri forti.
Ma si sa, all’Italia non piacciono, né le rivoluzioni, né i cambiamenti, anche quando migliorerebbe qualcosa di essenziale per civiltà di un popolo, ovvero la Giustizia, ed allora, da uccelli per ora incapaci di volare speriamo, almeno questa volta, che gli italiani imparino ad essere liberi.




