Guerra in Libano, leadership europee miopi e senza strategia
La guerra a Hezbollah che si sta sviluppando in Libano è, per quanto riguarda gli assetti futuri del Mediterraneo, fondamentale, in quanto eliminare il braccio armato dell’Iran significa bonificare l’area medio orientale da un fattore destabilizzante che fino ad ora ha impedito di attuare infrastrutture strategiche per il futuro dell’economia del Vecchio Continente e dell’intera area.
La guerra in Iran sta depotenziando la capacità bellica di Teheran e sta anche mettendo in crisi il suo sistema economico.
Se, come sembra, la distruzione delle infrastrutture belliche sarà davvero totale, e se il petrolio iraniano sarà messo sotto controllo, come sembra, con l’invasione dell’isola che ha al proprio interno i terminal dell’esportazione, l’Iran, che rimanga o non rimanga l’attuale governo di assassini, non sarà in grado per molto tempo, forse per sempre, di una proiezione di potenza sul Medio Oriente, tentata per decenni con Hamas, Hezbollah e Houthi.
Hamas, Hezbollah e Houthi sono i tre artigli usati da Teheran per aggredire costantemente Israele, con l’effetto di impedire la normalizzazione dei suoi rapporti con gli Stati arabi sunniti e, conseguentemente, bloccare ogni possibile infrastrutturazione di nuove supply chain.
Per supply chain (catena di approvvigionamento) si intende l’insieme complesso di organizzazioni, persone, attività, informazioni e risorse coinvolte nel trasferimento di un prodotto o servizio dal fornitore al cliente finale.
Essa copre l’intero ciclo di vita, dall’approvvigionamento delle materie prime, alla produzione, fino alla distribuzione e alla logistica di ritorno.
La Siria, prima alleata di Teheran e degli Hezbollah, ora ha un governo che non consente più il rapporto preesistente tra l’Iran e il suo braccio armato libanese.
La Siria è produttrice di petrolio e la sua attuale unificazione consente di inviare il greggio pompato all’interno ai terminali sulla costa del Mediterraneo.
Il petrolio siriano, con riserve accertate di circa 2,5 miliardi di barili, è una risorsa chiave per l’economia, sebbene la produzione sia stata gravemente compromessa dalla guerra civile.
Concentrato principalmente nel governatorato di Hasaka, il greggio è prevalentemente pesante e difficile da raffinare. Recentemente, la Siria ha ripreso le esportazioni, con una prima spedizione diretta in Italia a settembre 2025.
La stabilizzazione del Libano e l’eliminazione di Hezbollah è fondamentale per la sicurezza della via del Cotone, che ha nel porto israeliano di Haifa lo sbocco sul Mediterraneo.

Il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) è un’iniziativa che ridefinisce il commercio globale, la connettività e la cooperazione tra tre continenti. Concepito per promuovere lo sviluppo di infrastrutture solide, una logistica fluida e una crescita sostenibile, l’IMEC testimonia l’impegno dei paesi partner a favore di un futuro più interconnesso.
L’IMEC mira a collegare tre delle regioni economiche più dinamiche del mondo, ovvero India, Medio Oriente ed Europa, grazie a infrastrutture migliorate e meccanismi commerciali avanzati. Creando un solido corridoio per beni, servizi e idee, vengono aiutate le aziende ad accedere a nuovi mercati, a razionalizzare le loro operazioni e a ridurre le barriere commerciali.
Il progetto è sostenuto dalle principali economie e istituzioni mondiali: queste nazioni hanno firmato un protocollo d’intesa (MoU) a margine del vertice del G20, segnando l’inizio di una partnership trasformativa per la connettività globale.
Il 17 marzo 2026, il Forum IMEC a Trieste, intitolato “Developing an Indo-Mediterranean Perspective through the IMEC Network”, ha ospitato una discussione sul potenziale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa per l’aumento degli scambi commerciali, energetici e digitali tra le economie interessate.

Di fronte alle coste di Siria, Libano, Israele e Gaza c’è uno dei più grandi giacimenti di gas, per lo sfruttamento del quale è progettato e finanziato, ma attualmente non costruito, data l’instabilità dell’area, il gasdotto East Med.

EastMed doveva entrare in funzione nel 2025 ma la costruzione non è ancora iniziata. Secondo i proponenti, pertanto, l’avvio slitta al 2029. Il promotore è Igi Poseidon (Interconnector Greece-Italy), una joint venture tra Depa International Projects Sa e Edison Spa.
Nel progetto si legge che EastMed trasporterà idrogeno puro a partire dal 2036, se le condizioni di mercato lo permetteranno e, nel frattempo, trasporterà gas.
Il progetto vela 6 miliardi di euro (solo per la costruzione) a cui si aggiungono 202 milioni di euro l’anno per gestione. Il gasdotto sarà lungo circa 2.000 km da Cipro con approdo a Florovouni, Grecia. Sarà per lo più offshore, passando in mare a oltre 3 chilometri di profondità.
EastMed nasce però dai nuovi giacimenti scoperti nel Medio Oriente, circa 15 anni fa, nel bacino del Levantino. Una scoperta che ha fatto di Israele un potente esportatore di gas.
Israele e le aziende che sfruttano i suoi giacimenti da tempo fanno pressione per creare questo metanodotto per le esportazioni di gas verso l’Europa, avvenute finora via metaniere (con il gas in forma liquefatta).
Nel bacino Levantino da cui origina EastMed, i giacimenti in mano a Israele sono quelli di Tamar, Leviathan, Karish e Tanin (questi ultimi contesi con il Libano), Mari-B e Noa. Nelle acque cipriote c’è il giacimento Aphrodite e davanti all’Egitto il mega giacimento di Zohr, già sfruttato da vari anni da Eni.
Zohr è la più grande scoperta di gas naturale nel Mediterraneo, individuata e messa in produzione a tempo di record mettendo a sistema tecnologia, competenze e capacità di stringere solidi accordi con il Paese produttore e con aziende partner.
Il giacimento può soddisfare il fabbisogno locale di gas per decenni e, al tempo stesso, permettere la realizzazione di un impianto di rilevanza regionale per il gas naturale liquefatto (GNL), un settore sempre più determinante per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti.
Con questo progetto, l’Egitto si conferma un Paese strategico non solo per Eni, ruolo che svolge fin dalla nascita dell’azienda, ma anche per l’industria energetica globale.
Nel 2024 la licenza di esplorazione di Gaza Marine 1 e 2 nelle acque palestinesi, a 36 km dalla Striscia, è stata data (da Israele) a un fondo arabo.
Oltre all’israeliana NewMed Energy, che lo ha scoperto nel 2010, a sfruttarlo sono la statunitense Chevron e Ratio Oil, anch’essa israeliana. Nel novembre 2023 il Ministero dell’Energia di Tel Aviv ha assegnato altre 12 licenze per l’esplorazione di gas naturale intorno al Leviathan.

È del tutto evidente che la partita libanese riguarda la sopravvivenza energetica del Vecchio Continente, ma le élite europee, ormai prive di neuroni politici, miopi, masochiste e pavide, blaterano, come al solito, contro Israele, invoca la salvaguardia dell’inutile Unifil, si arrotolano su sé stesse per evitare di fare quello che dovrebbero fare, ossia aiutare Israele e il Libano a cacciare, una volta per tutte ilo cancro di Hezbollah.
La situazione libanese, cosa che viene sottaciuta dalla narrazione prona alla pavidità, è diversa da quella degli altri fronti della guerra regionale in corso.
L’accordo per il cessate il fuoco raggiunto con Tel Aviv nel novembre 2024 prevedeva il disarmo di Hezbollah, ma le autorità libanesi non hanno potuto applicarlo a causa del rifiuto della milizia sciita e della pochezza dell’esercito libanese, armato e finanziato dagli Usa, ma poco efficiente e poco numeroso.
Di conseguenza, le forze israeliane hanno mantenuto il controllo su cinque posizioni nel Libano meridionale.
Dopo l’attacco israelo-americano all’Iran, Hezbollah ha lanciato alcuni razzi in risposta all’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei.
Molti libanesi hanno accusato il gruppo paramilitare di scelta “suicida” e di voler trascinare il Paese in un nuovo conflitto contro Israele. Nel tentativo estremo di scongiurare l’invasione, il Primo Ministro Nawaf Salam ha affermato che l’attacco di Hezbollah dimostra disprezzo per “la volontà della maggioranza dei libanesi” dichiarando che avrebbe vietato tutte le attività militari di gruppi armati “operanti al di fuori dell’autorità dello Stato”.

È partita, così, la nuova offensiva di terra, annunciata dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz, il quale è stato inequivocabile e ha ordinato all’esercito di distruggere “l’infrastruttura del terrore nei villaggi vicino al confine, proprio come abbiamo fatto con Hamas a Gaza”.
A differenza degli anni tra il 1982 e il 2000, quando Israele occupava parte del sud del Libano, questa l’esercito ha allontanato la popolazione garantendosi piena libertà d’azione e riducendo il rischio che operazioni di guerriglia emergano dai villaggi.
Il timore di una spirale di violenze è tale che i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Canada, in una dichiarazione congiunta, hanno avvertito che un’offensiva di terra israeliana di vasta portata avrebbe “conseguenze umanitarie devastanti” e che “deve essere evitata”.
Esisterebbe già, dicono le leadership europee, una bozza di piano dettagliato per un cessate il fuoco e il disarmo di Hezbollah in cambio del riconoscimento formale di Israele da parte di Beirut.
Il fatto è che nessuno è in gradi di disarmare Hezbollah, salvo che non lo si disarmi con la forza.
Mentre gli europei chiacchierano, gli israeliani agiscono.
Il portavoce delle IDF, Avichay Adraee, ha dichiarato che, con l’obiettivo di impedire il trasferimento di sistemi, equipaggiamenti e personale di Hezbollah verso il sud del Libano, l’Esercito Israeliano ha avviato attacchi contro i (piccoli) ponti che attraversano il fiume Litani.
Già lo scorso 13 marzo, l’Aeronautica Israeliana aveva colpito e parzialmente distrutto un ponte nell’area del villaggio di Zrarieh.
Sono poi stati attaccati altri ponti, tra cui quello nella zona di Qasmiyeh. Contestualmente, Israele ha colpito diverse stazioni di servizio situate in alcuni villaggi del Libano meridionale a Zarifeh, Deir Kanoun al-Nahr, Beit Yahoun e Burj al-Shamali, tutte riconducibili ad Al-Amana, una catena gestita direttamente da Hezbollah e parte integrante dell’infrastruttura di rifornimento del gruppo.
Parallelamente alla campagna aerea, le IDF hanno avviato le operazioni terrestri a ridosso del confine, in particolare a partire dalle postazioni operative permanenti mantenute in territorio libanese anche dopo il cessate il fuoco del novembre 2024.
Attualmente risultano presenti nel sud del Libano unità della 91ª Divisione della Riserva GALILEE, della 210ª Divisione BASHAN (con reparti della 810a Brigata di montagna), della 146ª Divisione della Riserva e della 162a Divisione, in particolare elementi della 401ª Brigata corazzata e della 84a Brigata di fanteria GIVATI.
Alcune unità della 7ª Brigata corazzata SAAR (parte della 36ª Divisione), stanno operando nella zona di Rab al-Thalathine.
Negli ultimi giorni, inoltre, le IDF hanno iniziato a emettere ordini di evacuazione intimando la popolazione a spostarsi verso le aree a nord del fiume Zahrani, situato circa 15 km più a nord del Litani.
Si tratta di un segnale che le operazioni terrestri potrebbero essere presto estese e che la zona cuscinetto che Israele intende creare risulterà, con ogni probabilità, più profonda rispetto a quella che ha cercato di stabilire nei conflitti precedenti.
Non va sottovalutato, tornando alle questioni energetiche, che, nonostante tra Libano e Israele siano formalmente in guerra, è stato sottoscritto un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti di gas lungo le coste dei due Paesi.
L’accordo non è stato sottoscritto in presenza da entrambi, ma tramite un mediatore statunitense.
Al di là della portata economica dell’evento, che permetterà al Libano di risollevarsi e a Israele di guadagnare soldi e accreditarsi come potenza mondiale energetica raggiungendo anche l’autosufficienza, la cessazione della disputa sui confini marittimi è sicuramente una pietra miliare nella geopolitica dell’area e un passo avanti importante verso una pacificazione.
L’accordo imporrà Tel Aviv come potenza energetica: Karish, infatti, è solo l’ultimo di una serie di giacimenti di gas nei quali Israele sta lavorando. Si stima che il solo giacimento Leviathan, scoperto 130 chilometri a ovest della città portuale di Haifa nel 2010, contenga 535 miliardi di metri cubi di gas naturale.
Il Leviathan è il secondo più grande giacimento di gas nel mar Mediterraneo, dopo la scoperta nell’agosto 2015 del giacimento di Zohr al largo delle coste dell’Egitto. Nei primi anni 2000 gli israeliani hanno scoperto anche il bacino, più piccolo, Tamar, entrato in funzione nel 2013.
Mentre le élite europee cianciano, tentando ancora una volta di nascondersi dietro all’Onu, all’Unigìfil, agli appelli alla pace, a Nicosia è stato firmato un piano d’azione militare congiunto tra Israele, Grecia e Cipro. Piano che non è un atto tecnico, né una semplice cornice addestrativa, ma è il segnale politico di un riassetto nel Mediterraneo orientale, dove la sicurezza torna a essere costruita per alleanze selettive e per deterrenze mirate.
L’intesa prevede addestramento di forze speciali, cooperazione su droni e guerra elettronica, esercitazioni integrate terra-mare-aria e condivisione di capacità avanzate, a partire dall’esperienza israeliana nella difesa anti-droni e nei sistemi laser.
Sul piano operativo, l’accordo accelera l’interoperabilità. Atene consolida il salto qualitativo delle proprie forze, già impegnate in un ampio programma di ammodernamento, mentre Tel Aviv estende il proprio raggio di cooperazione in un’area cruciale per le linee aeree e navali.
L’ipotesi di acquisizioni greche di sistemi israeliani, ovvero difesa aerea, anti-droni, missili a lungo raggio, rafforza una deterrenza regionale pensata per dissuadere, non per provocare.
Il bersaglio politico è chiaro: la Turchia. Le parole del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu contro le ambizioni di Ankara non sono retorica.
Preoccupa, infatti, l’espansione dell’influenza turca in Siria e l’eventuale dispiegamento di radar che limiterebbero la libertà d’azione aerea israeliana.
Ancora una volta spetta a Israele fare il lavoro sporco, a Cipro e alla Grecia, le cenerentole d’Europa, metterci la faccia e non solo, mentre gli altri chiacchierano, pronti, da bravi pavidi parassiti, a sfruttare la nuova situazione a cose fatte.





