Orientare la potenza
La drammatica scomposizione del già precario ordine globale, imposto a livello geopolitico dal trumpismo, delinea nuove e grandi incognite, in primo luogo sui temi della pace e dell’equità sociale, in relazione all’esercizio del potere rispetto alla potenza economica, in una prospettiva da cui, certamente, dal caos non nasce l’ordine.
Secondo Max Weber: “Potere significa ogni possibilità di far valere entro una relazione sociale la propria volontà, anche di fronte a un’opposizione“.
Se il potere è capacità di imporre una volontà, la potenza è, invece, la disponibilità effettiva di mezzi per incidere sulla realtà.
La modernità del nostro tempo, segnato da gravi incertezze geopolitiche, ha prodotto una potenza enorme, ma non sempre una volontà politica capace di orientarla.
E, infatti, le grandi piattaforme digitali possiedono una potenza globale –- dati, algoritmi, infrastrutture – che supera i confini statali. Il potere normativo degli Stati, invece, resta territoriale.
E la riflessione può essere arricchita dall’analisi di Michel Foucault, secondo cui: «Il potere è ovunque; non perché inglobi tutto, ma perché viene
Nella società contemporanea, il potere non è più concentrato esclusivamente nello Stato, ma si diffonde in reti economiche, tecniche e culturali. Questa diffusione aumenta la potenza dei sistemi, ma rende più complessa la loro regolazione democratica”.
In questo scenario, il principio dello Stato di diritto assume un valore decisivo. Esso nasce per limitare il potere e impedire l’arbitrio, come ha scritto Norberto Bobbio: «Lo Stato di diritto è lo Stato nel quale il potere è esercitato secondo regole prestabilite e controllabili».
Lo Stato di diritto garantisce che il potere politico non diventi arbitrario, ma oggi deve confrontarsi con una sfida nuova: non solo limitare il potere, ma renderlo efficace rispetto a potenze che sfuggono al controllo.
Qui emerge il paradosso della contemporaneità: mentre il diritto continua a vincolare il potere pubblico, la potenza economica e tecnologica può operare oltre tali vincoli, condizionando le decisioni collettive senza essere direttamente responsabile davanti ai cittadini, come dimostra l’impetuosa egemonia del tecnocapitalismo, peraltro sostenuta dalla maggiore potenza mondiale, gli Stati Uniti.
Se per un verso la tradizione liberale teme la concentrazione del potere, dall’altro, la realtà mostra che il potere democratico fatica a governare la potenza globale.
Ma cosa accade quando la potenza economica o tecnologica non si fonda sulla forza fisica, bensì sul controllo dei flussi finanziari o informativi, in definitiva sulla smaterializzazione? Viene meno il primato del potere politico, democraticamente regolato dal diritto!
Si tratta di ricomporre la frattura, poiché la sopravvivenza della democrazia dipende dalla capacità di ricomporre il divario tra potenza e potere. La potenza non può essere eliminata – essa è il frutto del progresso – ma deve essere orientata.
Lo Stato di diritto, allora, non è solo un sistema di limiti, ma una struttura capace di trasformare la forza in legittimità, la potenza in responsabilità, il dominio in governo regolato.
In definitiva, la grande questione politica del nostro tempo è questa: come garantire che l’enorme potenza della modernità resti subordinata a un potere legittimo, controllato e giuridicamente vincolato.


Maurizio Ballistreri, Ordinario ab. di Diritto del Lavoro Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell'Università di Messina. Delegato della Rettrice dell'Università di Messina alle Relazioni sindacali. Direttore degli "Annali" della Facoltà di Economia dell'Università di Messina. Componente del Centro de Estudos, Jurídicos Económicos e Ambientais dell'Universidade Lusíada di Lisbona. Rank Full Teaching Professor International Academy of Social Sciences of Catholic University of New Spain, Florida, USA. Presidente Istituto di Studi sul Lavoro, Roma.


