
PREMESSA:
Questo testo non foss’altro per la mole richiede un po’ di attenzione e parla di cronache ormai inesorabilmente destinate a essere storia, consiglierei di leggerlo “accompagnati” da una storica canzone di Francesco Guccini, “Primavera di Praga”. Quella che tra l’altro fa: “…Son come falchi quei carri appostati / Corron parole sui visi arrossati / Corre il dolore bruciando ogni strada / E lancia grida ogni muro di Praga… Dimmi chi sono quegli uomini lenti / Coi pugni stretti e con l’odio fra i denti / Dimmi chi sono quegli uomini stanchi / Di chinar la testa e di tirare avanti / Dimmi chi era che il corpo portava / La città intera che lo accompagnava / La città intera che muta lanciava / Una speranza nel cielo di Praga…”.
L’INVASIONE
Accade che alle 23 del 20 agosto del 1968 le truppe corazzate sovietiche varcano la frontiera cecoslovacca, puntano decise su Praga. Con i sovietici, contingenti polacchi, tedeschi orientali, ungheresi e bulgari prendono parte all’invasione. In pratica tutti i paesi “satelliti” dell’allora URSS ad eccezione della Romania. La dinamica è sempre la stessa: come a Budapest, in Polonia, a Berlino. L’agenzia ufficiale di informazione dell’URSS “Tass”, comunica che le truppe del Patto di Varsavia sono state chiamate dal governo cecoslovacco, per riportare il socialismo al potere e porre termine alla controrivoluzione, quella poeticamente dei sognatori hanno chiamato “primavera di Praga”. In Cecoslovacchia, dal 5 gennaio 1968, è in carica un governo presieduto dal comunista anomalo Alexander Dubcek. Si è fatto promotore di un programma di moderate riforme fondato sul decentramento economico e politico, la rinascita dei sindacati, la libertà di stampa. Mosca e gli altri paesi del comunismo realizzato temono che l’esempio cecoslovacco si diffonda in tutta l’Europa Orientale. Anche sul piano delle alleanze internazionali, la Cecoslovacchia preoccupa: ha accentuato la sua posizione autonoma, avvicinandosi all’eretica Jugoslavia di Tito e alla Romania di Nicolae Ceausescu: entrambi governi comunisti, ma che sfuggono alla rigida ortodossia sovietica. I sovietici e i loro alleati avanzano senza incontrare resistenza. Il governo praghese invita popolazione ed esercito a non reagire. All’alba Dubcek e i ministri del suo governo sono arrestati. Dal punto di vista militare l’invasione riesce perfettamente, ma gli invasori si rendono presto conto che sono privi di qualunque copertura politica, non riescono a dar vita a un governo collaborazionista. La popolazione di Praga scende in strada per protestare contro l’invasione. Il paese si ferma in uno spontaneo sciopero generale. L’atto di forza sovietico si presenta sempre più come un mero atto di violenza e sopraffazione della sovranità nazionale cecoslovacca. Dopo un periodo di detenzione Dubcek viene liberato. In cambio è costretto ad accettare la presenza di truppe straniere sul suolo cecoslovacco. Non basta. Uno a uno i dirigenti del governo riformatore sono costretti a lasciare le leve di comando, sostituiti da una nuova leadership che accetta la dottrina della sovranità limitata del premier sovietico Breznev: “Quando le forze che sono ostili al socialismo cercano di portare lo sviluppo di alcuni paesi socialisti verso il capitalismo, questo non diventa solo un problema del paese coinvolto, ma un problema comune e una preoccupazione per tutti i paesi socialisti”.
JAN PALACH
Simbolo dell’eroica resistenza nonviolenta del popolo cecoslovacco, uno studente, Jan Palach. Il 16 gennaio 1969, in piazza San Venceslao, nel centro di Praga, si dà fuoco come gesto di protesta contro i carri armati sovietici che hanno soffocato la “Primavera di Praga”. Palach, vent’anni, muore due giorni dopo per le ustioni. L’estremo gesto scuote l’opinione pubblica, il governo collaborazionista tenta con una campagna diffamatoria verso lo studente di sminuire il suicidio. Dopo di lui altri sette studenti si uccidono nello stesso modo.
NATAL’JA GORBANEVSKAJA
A Mosca, ora. Natal’ja Gorbanevskaja è una poetessa, traduttrice, giornalista e attivista per la difesa dei diritti umani molto nota negli anni ’60: un punto di riferimento per la letteratura e la cultura underground, una testimone diretta della repressione della dissidenza in Unione Sovietica negli anni ’50-’70. Fonda e dirige la rivista “Chronika tekuščich sobytij” [“Cronaca degli avvenimenti correnti”], un bollettino fatto circolare in samizdat, in cui si raccolgono tutti gli avvenimenti in ambito politico e giuridico che riguardano gli intellettuali, gli attivisti e i dissidenti sovietici. Gorbanevskaja partecipa attivamente alla difesa dei diritti umani; in particolare organizza in Piazza Rossa a Mosca il 25 agosto 1968 una manifestazione di sostegno al popolo cecoslovacco e contro l’intervento militare sovietico. Lei e altri sei attivisti sono arrestati e vivono in prima persona gli orrori del sistema ‘rieducativo’ sovietico. Tutto quello che subisce e patisce è raccontato nel libro “Polden’: delo o demonstracii 25 avgusta 1968 goda na Krasnoj ploščadi”, raccolta di documenti, articoli di giornale, lettere, racconti e atti dei processi ai suoi amici attivisti, testi di diverse tipologie relativi ai fatti che si sono svolti dopo la manifestazione e l’arresto. Solo nel 1973 le sarà consentito di lasciare l’URSS, trasferirsi a Parigi, dove proseguirà la sua attività di sostegno e difesa dei diritti dei dissidenti. Muore nel 2013. Con altri dissidenti sovietici e di paesi dell’Europa dell’Est sarà a fianco a molte iniziative promosse dal Partito Radicale.
MARCO PANNELLA, IL PARTITO RADICALE
Su “Notizie Radicali” dell’agosto 1968 Marco Pannella fissa alcune “osservazioni” su quello che accade:
“…Elsa Morante si è chiesta, dinanzi al dramma che si svolgeva a Praga, quando i giovani sovietici sapranno e vorranno liberarsi da dirigenti così ignobili. È il nocciolo del problema, anche se la sua non è la frase – per i tanti nostri compagni che scambiano ideologia con teoria – canonicamente in regola. Perché le origini dell’aggressione alla Cecoslovacchia sono nelle strutture autoritarie che germinano, si cristallizzano, si sviluppano in URSS…”.
In parallelo, recapita a tutti i “Gruppi spontanei di impegno politico-culturale per la nuova sinistra” una lettera:
“Cari amici, abbiamo deciso con alcuni compagni romani di iniziare uno sciopero della fame ad oltranza per richiedere lo sgombero totale delle truppe sovietiche dalla Cecoslovacchia o comunque per appoggiare nelle trattative in corso, i cecoslovacchi. Intendiamo così anche sollecitare il passaggio all’azione del PCI, perché le note e positive dichiarazioni non divengano un alibi per non fare nulla, o per limitarsi a delle azioni di vertice, incontrollabili e a noi stessi estranee, come a tutti i comunisti di base e alle masse. Forse, quando riceverete questo espresso, tutto sarà già superato. Nel caso contrario, riteniamo che i Gruppi spontanei possano assicurare un contributo serio per democratizzare e concretare il sostegno italiano alla lotta del popolo cecoslovacco. Ci auguriamo che possiate anche voi far propria questa nuova iniziativa. Non crediate che sia “inerme” e non-politica. Anche sul piano della efficacia, se le circostanze (come speriamo) dovessero richiederlo, se in numerose città d’Italia, contemporaneamente, fosse in corso uno sciopero della fame, onestamente e rigorosamente condotto, l’eco giornalistico e politico non potrebbe non essere rilevante, per lo meno in rapporto alle energie che vi avremo impegnato. Inoltre, questa iniziativa non distoglierebbe necessariamente dal lavoro dei Gruppi alcuna energia. Vi preghiamo di farci conoscere le vostre opinioni in proposito. Se doveste decidere di fare anche voi il digiuno, vi invitiamo a mettervi subito in contatto con noi telefonicamente o di informarci telegraficamente”.
RADICALI A SOFIA
Racconta Pannella: “Ci vediamo con un po’ di compagni e con la War Resister’s International, che è una vecchia associazione gandhiana, pacifista, con sede a Londra. Siamo un pugno di persone, e diciamo: “Qui c’è da fare una grande cosa: andiamo a farci arrestare a Mosca e nelle altre capitali dell’Est europeo, a denunciare nelle loro lingue che violano la loro stessa Costituzione, le loro leggi…”.
Proviamo dunque a immaginarla, la scena. Nella scalcinatissima sede radicale che in quegli anni si trova in via XXIV Maggio, a un passo dal Quirinale, un pugno di radicali si impegna a redigere un testo in bulgaro; altri in tedesco, e poi in polacco, in russo. Redatti i testi, verificati accenti e apostrofi, si ciclostilano in migliaia di copie (all’epoca praticamente non esistono fotocopiatrici, che comunque non sono nella disponibilità dei radicali).
“La notte prima di partire”, ricorda Pannella, “stavamo a fare i doppi fondi delle nostre valigie, con dei compagni, per non farci fregare dai poliziotti. Io avevo scelto la Bulgaria perché in quel momento appariva il paese più pro-sovietico e arretrato”.
Vanno in quattro: con Pannella ci sono Antonio Azzolini, Marcello Baraghini, il fortunato e geniale editore di “Stampa Alternativa” e futuro inventore dei “Mille lire”, e Silvana Leonardi.
Questo il racconto di Pannella:
“Con le borse e le valigie cariche di volantini, lasciamo Roma per Sofia, il 22 settembre, in “transito turistico”. Il 23 sera arriviamo nella capitale bulgara. Solo Silvana conosce qualche parola di russo, sufficiente appena a decifrare i misteriosi caratteri cirillici che appaiono dappertutto. Frettolosa ricerca di una pensione, un po’ di tempo per capire com’è fatto il centro della città e poi a dormire. L’indomani i compiti vengono divisi. Per tutta la mattina Marcello e Antonio girano per Sofia, lasciando alcune migliaia di volantini sulle panchine e nelle buche per le lettere, nei bar e nei ristoranti, mentre Silvana e io scriviamo alla WRI e stiliamo un appello al Comitato Centrale del partito comunista bulgaro che non riusciamo a far pervenire perché nessuno in città sembra conoscere l’indirizzo richiesto. Nel primo pomeriggio ancora volantinaggio clandestino a coppie e poi, alle cinque la manifestazione in via Stomboliski. Veniamo fermati e accompagnati in un posto di polizia. Silvana riesce a distribuire volantini ancora per dieci minuti, finché ha uno scontro verbale con un agente in borghese che le sequestra il pacchetto. Poi sembra dimenticata ed ha tutto il tempo di recarsi alla stazione, dove attende inutilmente per sei ore in una sala d’aspetto d’essere fermata. Verrà finalmente presa in piena notte in uno scompartimento ferroviario diretto a Belgrado. La prima reazione dei poliziotti è di stupore. Ma chi diavolo sono questi quattro guastafeste? Leggono e rileggono i foglietti in tre lingue, vogliono sapere se si tratta di un’organizzazione internazionale anti-socialista, di fascisti, di agenti della Cecoslovacchia. Poi entrano in scena i servizi di sicurezza, inequivocabili funzionari in impermeabile scuro che prelevano i quattro e li trasportano in auto alla periferia di Sofia, nella sede della polizia segreta, dove saranno trattenuti ancora un giorno, fino all’espulsione dal paese. Sono 24 ore di continue discussioni e di interrogatori correttissimi. Ad occuparsi del caso è addirittura il vertice del servizio. Affiancato da un interprete, dirige le operazioni il colonnello Petrov, che ogni tanto va a riferire ad un superiore. Poco prima del rilascio compare una terza persona, sempre in borghese, a chiedere con gentilezza: “Sono stati abbastanza corretti i miei funzionari?”. La nostra tesi è semplice: “Siamo dei radicali, dei socialisti. Non crediamo di aver commesso alcun reato perché siamo certi che la Costituzione di un paese socialista non possa non garantire a chiunque il diritto alla manifestazione della propria opinione. Siamo decisamente contrari all’aggressione americana nel Vietnam ed alla politica dei blocchi militari. È per lo stesso motivo che condanniamo anche l’intervento in Cecoslovacchia delle truppe del Patto di Varsavia”. Di rimando, granitica, la posizione ufficiale di Mosca sulla controrivoluzione in atto a Praga e l’accusa: “Siete venuti a interferire negli affari interni d’un paese socialista”. Non mancano particolari divertenti. Quando accenno alle posizioni del PCI e del PCF sulla Cecoslovacchia sono interrotto da risa di scherno e dall’inequivocabile equivalente di “Buoni, quelli!”. Un altro funzionario cerca di convincere Silvana che a richiedere l’intervento delle truppe sovietiche sia stato nientemeno che il Presidente della Repubblica cecoslovacca, generale Svoboda. “L’abbiamo visto con i nostri occhi in televisione” aggiunge. E ancora: “Siete voi occidentali ad essere male informati”.
Inaspettatamente, uno per volta, siamo accompagnati in un salone pieno di giornalisti, di corrispondenti della radio, di cameramen televisivi: una conferenza stampa organizzata dai servizi di sicurezza per mostrare al popolo i provocatori occidentali. Mi rifiuto di rispondere ai rappresentanti della stampa bulgara. “Nel mio paese chiarisco- è chi convoca le conferenze stampa a rispondere. Io non ho convocato niente, anzi sono stato convocato. Quindi non ho nulla da dire. Avrei si delle domande da porvi, ma non credo che abbiate intenzione di rispondermi”.
L’ultimo atto è l’espulsione: grandi automobili scure che ci accompagnano, due per volta, al confine con la Jugoslavia, l’ingiunzione agli “italiani banditi” a non tornare più in Bulgaria, l’autostop fino a Belgrado, il ricongiungimento in questa città. Sorte non diversa è riservata ai gruppi di Mosca, di Varsavia e di Budapest. Più difficile la posizione dei volontari in Ungheria, che sono stati affiancati nella manifestazione da numerosi studenti ungheresi e che – forse per questo – hanno rischiato un processo per attività sovversive. Ma alla fine sono stati rilasciati anche loro. In poche ore siamo riusciti a diffondere circa 5.000 volantini che – presumibilmente – sono stati letti da molte migliaia di cittadini”.
L’INFORMAZIONE
Sulla stampa internazionale, da “Le Monde” al “Times”, i giornali tedeschi, belgi, scandinavi l’iniziativa avrà una grande eco. Non così su quella italiana. Eccezione “Panorama”, in quegli anni diretto da “Lamberto Sechi. Ecco la sua cronaca:
“Marco Pannella, giornalista e fra i maggiori esponenti del Partito Radicale, non è nuovo alle contestazioni. La mattina del 21 agosto, solo poche ore dopo l’annuncio dell’invasione di Praga, era già con i suoi davanti all’ambasciata dell’URSS fasciato con un gran cartello sul quale era scritto: “Tradimento contro Praga, tradimento contro il Vietnam”. Poco più di un mese dopo, il pomeriggio del 24 settembre, era a Sofia a distribuire volantini contro l’invasione della Cecoslovacchia in una strada centrale, a due passi dall’albergo Balkan. Assieme a lui c’erano una professoressa di lettere di Roma, Silvana Leonardi, e due studenti, Marcello Baraghini e Antonio Azzolini. Erano andati in Bulgaria apposta, con una valigia piena di foglietti stampati in bulgaro, tedesco e russo. Il volantino, intitolato “Proclama in nome dei vostri compagni cecoslovacchi”, conteneva frasi di questo genere: “L’occupazione di Praga è un colpo terribile per il futuro del socialismo nel vostro Paese”. Arrestati e interrogati a lungo dalla polizia Pannella e i suoi amici sono stati rilasciati dopo circa trenta ore, quando il controspionaggio bulgaro ha accertato che si trattava di appartenenti all’organizzazione pacifista “War Resisters International”. Intanto altre undici persone di questa organizzazione compivano altre imprese del genere a Varsavia, Mosca e a Budapest. La “War Resisters International” è una vecchia organizzazione che già negli anni Trenta si batteva per l’obiezione di coscienza…”.
Non sono molti in Italia ad esprimere consenso e solidarietà con l’iniziativa radicale: ricordiamoli, a loro merito e nostra memoria: Aldo Capitini, Guido Calogero, Danilo Dolci e Ferruccio Parri.





