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LA VENDETTA DI UNA GENERAZIONE

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Tra gli attuali esperti di tecnologie, e in particolare d’intelligenza artificiale, vi è anche un presbitero e teologo francescano, altresì membro del Comitato sull’intelligenza artificiale dell’ONU, padre Paolo Benanti nato a Roma nel 1973. Naturalmente si tratta, queste, di informazioni tratte da internet e in specie dal profilo personale del teologo edito da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

In un recente libro edito dalle Edizioni San Paolo, dal titolo Il crollo di Babele. Che fare dopo la fine del sogno di Internet? (2024), l’Autore sostiene che il “sogno” medesimo sia stato quello di costruire una rete artificiale, e quindi una nuova struttura, capace di “unire e liberare popoli e democrazie”. E che tale sogno, simile a quello della biblica Torre di Babele, sia finito a seguito del fallimento delle cosiddette Primavere arabe del 2011.

E dunque: un fatto di cronaca senz’altro recente, di cui però nei discorsi dei media tradizionali non vi è più traccia alcuna. A differenza di quanto è possibile leggere ancora su internet e in particolare su Wikipedia: Il primo uso specifico dell’espressione Arab Spring (Primavera araba), per denotare appositamente questi eventi, viene attribuito al politologo Marc Lynch in un articolo della rivista americana Foreign Policy del 6 gennaio 2011. Il riferimento è sia alla “primavera dei popoli” del 1848, sia alla primavera di Praga del 1968, nella quale lo studente Jan Palach si diede fuoco. I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse furono l’Egitto, la Siria, la Libia, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania e il Gibuti, mentre ci sono stati moti minori in Mauritania, in Arabia Saudita, in Oman, in Sudan, in Somalia, in Marocco e in Kuwait. Le vicende sono tuttora in corso nelle regioni del Medio Oriente, del Vicino Oriente e del Nord Africa”.

E pertanto, quando padre Benanti parla di fallimento del progetto, conseguente alla formazione della nuova struttura informativa, intende piuttosto il fallimento di una nuova “struttura politico-narrativa”; così che l’intera impalcatura rappresenti la fine di un “sogno” e, in definitiva, ciò di cui dovremmo parlare sarebbe “il crollo della Babele digitale”. Cosa che, invece, non è affatto!

Infatti, la nuova struttura computazionale, pensata e realizzata da circa un secolo a questa parte, è piuttosto in una fase evolutiva crescente che prelude alla diffusione generalizzata di personal computer quantistici, basati quindi su una maggiore potenza e velocità di calcolo dell’informazione. Evidentemente, il teologo preferirebbe farne a meno o limitarne l’uso, appellandosi a una forma di “sapienza” che egli definisce tradizionale, specificando nel libro citato che “di fatto l’uomo ha bisogno di ideologie e queste svolgono un ruolo importante nella ricerca di senso dell’umanità e nel tentativo di interpretare il presente o di cambiarlo” (op. cit., pag. 171).

Ma la logica computazionale, un tempo auspicata anche dal teologo, ci dice che l’informazione – quale che sia – sarebbe legata a un processo di causa ed effetto, che, secondo il comune buon senso, risale ad Aristotele e alla cosiddetta logica classica. Ma, qui e ora, non è il caso di approfondire questo argomento; e quindi affidiamoci alla costruzione e alla struttura della logica aristotelica, leggendo, altresì, il commento in proposito dello stesso Benanti: “Gregory Bateson, primo marito di Margaret Mead (n.d.r.: entrambi pionieri della scienza cibernetica. E in particolare, quanto alla Mead, dedita ad applicazioni della cibernetica ai problemi sociali), in una celebre intervista ha affermato che ciò che lo entusiasmava nelle discussioni sulla cibernetica era che era una soluzione al problema dello scopo. Da Aristotele in poi, la causa finale è sempre stato il mistero. Questo venne fuori allora. Non ci rendevamo conto allora (almeno io non me ne rendevo conto, anche se Mc Culloch potrebbe averlo fatto) che l’intera logica avrebbe dovuto essere ricostruita per la ricorsività” (op. cit., pag. 225).

In estrema sintesi, la nuova struttura logica avrebbe reso intercambiabili i due processi da input a output e viceversa, secondo un tipo di logica che possiamo dire induttiva e non deduttiva, come invece è la logica aristotelica. E dunque: nessun punto fermo, nessuna premessa generale, assioma postulato o dogma, dalla quale dedurre tutto il resto. Un nuovo tipo di logica, senz’altro formale, che “si estende a ogni ambito del reale”! Così che, in definitiva, l’esperienza prende il posto dell’informazione o narrazione, assioma postulato o dogma che sia. Ma, sia chiaro, niente di assolutamente nuovo, dato che già 2.500 anni fa circa, dopo già tanti altri prima di lui, Parmenide concludeva: lo stesso è comprendere (com-prendere=prendere con sé=esperire) e essere.

Abbiamo usato qui il termine “esperienza”, e pensiamo così di avere correttamente interpretato il pensiero del teologo, se confrontato con quanto egli stesso ha scritto in un articolo del 6 agosto u.s. pubblicato su Il Sole 24 Ore, dal titolo La carica della Gen X, silenziosa e necessaria per la democrazia.

Nell’articolo, la tesi esposta è che “la Gen X, cioè i nati tra il 1965 e il 1980, cresciuta fra analogico e digitale, ha saputo adattarsi con flessibilità e pragmatismo (…) Il vero cambiamento portato dalla Gen X è stato dirompente e ‘silenzioso’: hanno smantellato le logiche del potere tradizionale”. Per l’Autore, alla cui stessa Gen X egli appartiene, si è trattato di una “vendetta”. Proprio così: “Questa è la vera, silenziosa vendetta generazionale che sta riscrivendo il potere nella forma computazionale”. E allora, quale sarebbe il rimedio (!?): capire “come il potere alternativo della Gen X può essere integrato in strutture democratiche, che sono una conquista di civiltà da difendere”. Ovvero lo stesso che dire, come nel gioco dell’oca, che occorrerebbe tornare alla casella di partenza e, in specie, chiederci, noi con lui: che cos’è democratico?

Infatti, ciò che noi pensiamo è che la questione sia piuttosto vecchia come l’uovo e abbia del tutto a che fare con la questione del “potere” che il più noto René Guenon ha affrontato nel corso della sua vita, e in specie, ci sia permesso, nel saggio Il Re del Mondo. L’opera è stata pubblicata per la prima volta nel 1927, e riedita più volte negli ultimi anni. In essa, parlando in prima persona, Guenon conclude: “… abbiamo detto certamente molto più di quanto sia stato fatto finora, e alcuni saranno forse tentati di rimproverarcelo. Tuttavia non pensiamo che sia troppo, e anzi siamo persuasi che non ci sia nulla che non si debba dire …”.

A distanza di un secolo, benvenuti nell’era di Google e del Machine learning!

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  • Redazione

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