Home Politica OCCORRE UNA PROPOSTA SERIA PER UN MONDO SMARRITO

OCCORRE UNA PROPOSTA SERIA PER UN MONDO SMARRITO

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di Giuseppe Augieri

Consiglio di leggere questo articolo di Danesi (Nuovo Giornale Nazionale – IN GUERRA PER SALVARE IL “PIANETA DELLE SCIMMIE”). A me ha colpito perché le considerazioni fatte sul rischio che le scelte della grande finanza interferiscano con ogni azione di politica economica, sono riflessioni che completano l’esame di quello che ho ieri disegnato come lo scenario di una delle più grandi crisi vissute in questi anni.
Non so, nel senso che bisognerebbe approfondire la tesi, se davvero l’unico modo che la grande finanza ha per salvarsi dal nuovo cataclisma che si va avvicinando sulle borse e sui “derivati” (di nuovo assommanti a cifre da capogiro, superiori al valore di 15 volte il PIL mondiale) sia la necessità di una guerra. Dico subito che, comunque, l’ipotesi non è fantascientifica: tutt’altro. Segnali ve ne sono in abbondanza. La storia ci dice che è così.
Ma anche volendo opinare su tale tesi, resta la considerazione che la rivoluzione (mai il termine è stato più giusto usarlo) che sta avvenendo negli equilibri mondiali comporta per la finanza, non solo quella speculativa e “cattivissima”, la necessità di aggiornare le prospettive e dunque l’utilizzo degli immensi capitale che possiede. Lo schema operativo e gli equilibri del passato sono tutti e del tutto saltati. Pensare che i grandi capitali non programmino nuovi utilizzi e che non si sforzino di predisporre terreno e condizioni – politiche, sociali, strutturali, istituzionali – perché esse si avverino è pura follia. O paura della realtà.
Ho posto più volte in alcuni miei post – e per ultimo il 3 gennaio (“L’errore di Giorgia”) – una domanda che non ha avuto risposta; e giustamente perché in realtà era solo retorica. Nei confronti di questo potere, che è immenso (e sarebbe opportuno finalmente capirne la dimensione e la forza), decidiamo di trattare o di combatterlo? Le “compatibilità” che ci vengono imposte per la costruzione di politiche economiche “possibili” – compatibilità che sono funzionali al massimo profitto finanziario e sono però altrettanti freni alla corretta distribuzione della ricchezza ed al welfare – le accettiamo o le rifiutiamo. E se le accettiamo a quali condizioni, con quale impegno di coerenza ed in quale prospettiva? E se le rifiutiamo, lo facciamo seriamente o solo nei comizi e nelle piazze?. Sarà non giusta, ma per me la risposta è quasi obbligata.
La mia tesi – da un lato: fare analisi non solo parziali delle situazioni, non solo influenzate da propaganda politica; e dall’altro: predisporsi un nuovo patto produzione/welfare che si immerga nella realtà che sta modificandosi – ne risulta, io credo, rafforzata.
La mia domanda – però stavolta per niente retorica – è: se non è questa la strada, cosa si propone? Una sola preghiera: per cortesia, rispondere senza fumoserìe.

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