
di Shabbat Menkaura
segue da Perchè Memphis – 1 (sabato 30 marzo) https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/italia/cultura/16881-perche-memphis-1.html
Come vedremo, sin dall’Antico Regno la monarchia faraonica ha cercato e spesso trovato la sua legittimazione nel culto solare esplicitato dalla cosmogonia eliopolitana e dal suo successivo sviluppo rappresentato dalla cosmogonia menfita, sino al punto che, in piena XXV Dinastia, un faraone nero, proveniente dalla Nubia, sentì l’esigenza di collegare la sua tenue pretesa al trono, se si esclude la forza bruta, proprio alla teologia menfita.
La questione non era solamente teorica: come abbiamo già rilevato, nel Nuovo Regno (XVIII Dinastia) già Amenophi III, padre del faraone eretico Akhenaton, entrò in scontro diretto con il potentissimo clero tebano di Amun-Ra e il tentativo di spostare la capitale al nord fuori dal centro del potere sacerdotale, fallito proprio sotto il visionario profeta dell’Aten, fu successivamente portato a termine dalla dinastia seguente, la XIX, quella dei Ramessidi.
Detto ciò, possiamo ora domandarci se la connessione spirituale con l’antica Memphis sia stata quindi solo un ghiribizzo di alcuni intellettuali francesi, come Marconis De Negre, resi entusiasti dalla spedizione dell’imperatore corso in Egitto ovvero se ci si trovi innanzi ad un legame spiritualmente degno di essere coltivato nel tempo.
Stiamo per entrare nel cuore del problema, ma prima precisiamo meglio i termini della questione.
In quasi quattro millenni Memphis ha cambiato nome varie volte dall’originario Inebu-hedj (le mura bianche) che faceva riferimento probabilmente alle mura del grande tempio, Hut-ka-Ptah (Recinto del ka di Ptah, dio patrono di Memphis), una delle strutture più importanti della città.
Il nome di questo tempio, reso in greco come Aἴγυπτoς (Aiguptos) da Manetone, si ritiene sia l’origine etimologica del moderno nome italiano dell’Egitto e in generale del nome della Khemet in tutte le lingue non semitiche[1].
Nel Primo Periodo Intermedio, la citta’ era nota come Djed-Sut (luoghi eterni), che è il nome della piramide di Teti nella vicina necropoli di Saqqara, poi (Medio Regno) fu chiamata Ankh-Tawy (Vita delle due terre), per la sua posizione strategica tra l’Alto e il Basso Egitto.
Non a caso Teti, primo faraone proprio della VI dinastia, adottò nella sua titolatura reale come nome di s3 Rˁ (Sa Ra – Figlio di Ra), l’ultimo e principale dei cinque nomi della cosiddetta Grande Titolatura, l’appellativo di Teti Merenptah, amato da Ptah, il dio menfita.
Nel Nuovo Regno, la città era conosciuta come mn-nfr (Men-nefer, duraturo e bello), che divenne “Memfi” in copto e “Memphis” (Μέμφις) in greco, mentre nella Torah Memphis è chiamata Moph.
Osea 9:6 ‘Ecco sono sfuggiti alla rovina, l’Egitto li accoglierà, Moph sarà la loro tomba. I loro tesori d’argento passeranno alle ortiche e nelle loro tende cresceranno i pruni.
Per comprendere appieno l’importanza di Memphis dobbiamo però arrivare ad un’epoca molto più tarda, quella della Venticinquesima dinastia d’Egitto, nota anche come Dinastia Nubiana, ovvero come Impero Kushita, celebre per i suoi Faraoni Neri, o Napatani, dal nome della loro capitale Napata, che fu l’ultima dinastia del Terzo Periodo Intermedio dell’Egitto, evento scatenato proprio dall’invasione nubiana.
La Venticinquesima dinastia fu una linea di faraoni che ebbe origine nel Regno di Kush, situato nell’attuale Sudan settentrionale e nell’Alto Egitto, terre dalle quali gli Egizi avevano tratto per secoli e secoli le loro truppe migliori.
La maggior parte dei re di questa dinastia considerava Napata come la propria patria spirituale.
Regnarono in parte o in tutto l’Antico Egitto per quasi un secolo, dal 744 al 656 a.C.
Uno di loro Neferkare Shabaka, terzo faraone Kushita che regnò dal 705 al 690 a.C., fece due gesti di grandissimo valore simbolico nei confronti di Memphis, il cui splendore era lontano più di 1500 anni dal suo tempo: per prima cosa adottò come faraone il nome egizio di Neferkare (Bello e’ il ka di Ra) lo stesso nome di Pepi II, ultimo faraone dell VI dinastia, quella della grande Memphis; in secondo luogo fece erigere proprio nel tempio di Memphis una stele ricca di incisioni geroglifiche della massima importanza per la nostra conoscenza, dea teologia menfita, a stele che e’ passata alla storia come ‘Pietra di Shabaka.’
Dal suo luogo di elezione all’interno di Hut-ka-Ptah, la pietra per ragioni a noi sconosciute fu a un certo punto rimossa e trasferita ad Alessandria d’Egitto. Da lì, fu trasportata come zavorra da una nave della marina militare inglese da Alessandria all’Inghilterra ove fu poi fortunatamente recuperata da George Spencer, (1758-1834), Primo Lord dell’Ammiragliato e dal 1794 fiduciario del British Museum e fu proprio il conte Spencer che la donò alle collezioni del noto museo.
Nel 1901, la stele fu decifrata, tradotta e interpretata per la prima volta dall’egittologo americano James Henry Breasted.
Ma cosa dice l’inscrizione di 62 linee sulla Stele di Shabaka e perché è così importante anche per noi?
Ecco il testo, purtroppo danneggiato in alcuni punti:
L’Horus vivente, che prospera le Due Terre; le Due Signore, che prosperano le Due Terre; l’Horus d’oro, che prospera le Due Terre; Re dell’Alto e del Basso Egitto: Neferkare; il Figlio di Re: Sha[baka], amato da Ptah-Sud del suo muro[2], che vive come Re per sempre.
Questa scrittura fu ricopiata da Sua Maestà nella casa di suo padre Ptah-Sud-della-Sua-Parete, perché Sua Maestà trovò che era un’opera degli antenati mangiata dai vermi, così che non poteva essere compresa dall’inizio alla fine.[3] Sua Maestà la ricopiò di nuovo in modo che diventasse migliore di quanto fosse prima, affinché il suo nome durasse e il suo monumento durasse nella casa di suo padre Ptah-Sud-della-Sua-Parete per tutta l’eternità, come opera fatta dal figlio di Re [Shabaka] per suo padre Ptah-Tatenen, in modo che potesse vivere per sempre.
/// [Re dell’Alto e del Basso Egitto] è questo Ptah, che si chiama con il grande nome di [Ta-te]nen [Sud del suo muro, Signore dell’eternità] ///. /// [l’unificatore] dell’Alto e del Basso Egitto è lui, questo unificatore che è sorto come re dell’Alto Egitto ed è sorto come re del Basso Egitto. /// /// “autoprodotto”, così dice Atum: “che ha creato i Nove Dei”.
[Geb, signore degli dèi, ordinò che i nove dèi si riunissero a lui. Giudicò tra Horus e Seth; pose fine alla loro disputa. Fece di Seth il re dell’Alto Egitto nella terra dell’Alto Egitto, fino al luogo in cui era nato, cioè Su. E Geb fece Horus re del Basso Egitto nella terra del Basso Egitto, fino al luogo in cui suo padre fu annegato, che è la “Divisione delle due terre”. In questo modo Horus si trovava su una regione e Seth su una regione. A Ayan fecero pace sulle Due Terre. Questa fu la divisione delle Due Terre.
10 Le parole di Geb a Seth: “Vai nel luogo in cui sei nato”.
Seth: Alto Egitto.
Parole di Geb a Horus: “Vai nel luogo in cui tuo padre fu annegato”.
Horus: Basso Egitto.
Parole di Geb a Horus e Seth: “Vi ho separati”.
/// Basso e Alto Egitto.
Allora a Geb sembrò sbagliato che la porzione di Horus fosse come quella di Seth. Geb diede a Horus la sua eredità, perché era il figlio del suo primogenito.
Le parole di Geb ai Nove Dei: “Ho nominato Horus, il primogenito”.
Parole di Geb ai Nove Dei: “A lui solo, Horus, l’eredità”.
Parole di Geb ai Nove Dei: “Al suo erede, Horus, la mia eredità”.
Parole di Geb ai Nove Dei: “Al figlio di mio figlio, Horus, lo Sciacallo dell’Alto Egitto” /// Parole di Geb ai Nove Dei: “Il primogenito, Horus, l’Apritore delle vie”.
Parole di Geb ai Nove Dei: “Il figlio che è nato /// Horus, il giorno del compleanno dell’Aprire le vie”.
Poi Horus si pose al di sopra della terra. Egli è l’unificatore di questa terra, proclamato nel grande nome: Ta-tenen[4], Sud del suo muro, Signore dell’Eternità. Poi sulla sua testa spuntarono i due Grandi Maghi[5]. È Horus, sorto come re dell’Alto e del Basso Egitto, che ha unito le Due Terre nel Nome del Muro, il luogo in cui le Due Terre furono unite.
Canne e papiri[6] furono posti sulla doppia porta della Casa di Ptah. Questo significa Horus e Seth, pacificati e uniti. Essi fraternizzarono in modo da smettere di litigare in qualsiasi luogo si trovassero, essendo uniti nella Casa di Ptah, la “Bilancia delle Due Terre”[7] in cui erano stati pesati l’Alto e il Basso Egitto.
È la terra ////// della sepoltura di Osiride nella Casa di Sokar[8]. ////// Iside e Nefti non tardarono, perché Osiride era annegato nelle sue acque. Iside [e Nefti] si affacciarono, [lo videro e lo assistettero].
20 Horus parla a Iside e Nefti: “Presto, afferratelo ///”. Iside e Nefti parlano a Osiride: “Veniamo, ti prendiamo ///”.
////// [Lo ascoltarono in tempo] e lo portarono a [terra. Entrò nei portali nascosti nella gloria dei signori dell’eternità]. //////. [Così Osiride entrò] nella terra presso la fortezza reale, a nord della [terra in cui era giunto. E suo figlio Horus sorse come re dell’Alto Egitto, sorse come re del Basso Egitto e si alzò in piedi.
nell’abbraccio del padre Osiride e degli dei davanti e dietro di lui].
Lì fu costruita la fortezza reale [per ordine di Geb ///]. Geb parla a Thoth: ////// Geb parla a Thoth: //////. //////. [Geb parla a Iside: ////// Iside fa venire Horus e Seth. Iside parla a Horus e Seth: “[Venite] /////////”. Iside parla a Horus e Seth: “Fate la pace //////”.
30 Iside parla a Horus e Seth: “La vita sarà piacevole per voi quando //////”. Iside parla a Horus e Seth: “È lui che asciuga le vostre lacrime //////”.
//////.
40 //////.
Gli dèi che sono nati in Ptah:
Ptah-sul-grande-trono //////.
50 Ptah-Nun, il padre che [fece] Atum.
Ptah-Naunet, la madre che partorì Atum.
Ptah-il-grande è il cuore e la lingua dei nove [dei].
[Ptah] ///////// che ha generato gli dèi.
[Ptah] ///////// che ha generato gli dèi.
[Ptah] /////////.
[Ptah] ///////// Nefertem al naso di Re ogni giorno.
Nel cuore ha preso forma, sulla lingua ha preso forma la forma di Atum. Perché il grandissimo è Ptah, che ha dato [vita] a tutti gli dèi e ai loro ka attraverso questo cuore e questa lingua, in cui Horus aveva preso forma come Ptah, in cui Thot aveva preso forma come Ptah.
Così il cuore e la lingua governano su tutte le membra secondo l’insegnamento che esso (il cuore, o: lui, Ptah) è in ogni corpo ed esso (la lingua, o: lui Ptah) è in ogni bocca di tutti gli dèi, di tutti gli uomini, di tutto il bestiame, di tutti gli esseri striscianti, di tutto ciò che vive, pensando tutto ciò che esso (alt. lui) vuole e comandando tutto ciò che esso (alt. lui) vuole.
La sua Enneade (di Ptah) è davanti a lui come denti e labbra. Sono il seme e le mani di Atum. Perché l’Enneade di Atum è nata attraverso il suo seme e le sue dita. Ma l’Enneade è costituita dai denti e dalle labbra di questa bocca che ha pronunciato il nome di ogni cosa, da cui sono usciti Shu e Tefnut e che ha dato vita all’Enneade.
La vista, l’udito, la respirazione: sono riferiti al cuore, che fa scaturire ogni comprensione. Quanto alla lingua, essa ripete ciò che il cuore ha concepito. Così nacquero tutti gli dèi e la sua Enneade fu completata. Infatti, ogni parola del dio è nata da ciò che il cuore ha concepito e la lingua ha comandato.
Così sono state create tutte le facoltà e determinate tutte le qualità, quelle che fanno tutti i cibi e tutte le provviste, attraverso questa parola, a colui che fa ciò che è amato, a colui che fa ciò che è odiato. Così si dà la vita ai pacifici e la morte ai criminali. Così si fanno tutti i lavori, tutti i mestieri, l’azione delle mani, il movimento delle gambe, i movimenti di tutte le membra, secondo questo comando che è concepito dal cuore ed esce dalla lingua e crea l’esecuzione di ogni cosa.
Così si dice di Ptah: “Colui che ha fatto tutto e ha creato gli dèi”. Ed è Ta-tenen, che ha dato vita agli dèi e da cui è nato tutto, cibi, provviste, offerte divine, tutte le cose buone. Così si riconosce e si comprende che egli è il più potente degli dèi. Così Ptah fu soddisfatto dopo aver creato tutte le cose e tutte le parole (geroglifici[9]) divine.
Ha fatto nascere gli dèi,
ha creato le città,
ha fondato i nomi (province),
60 ha collocato gli dèi nei loro santuari,
ha stabilito le loro offerte,
stabilì i loro santuari,
fece i loro corpi secondo i loro desideri.
Così gli dèi entrarono nei loro corpi,
di ogni legno, di ogni pietra, di ogni argilla,
di ogni cosa che cresce su di lui
in cui sono venuti ad essere.
Così si riunirono a lui tutti gli dèi e i loro ka,
contenti, uniti al Signore delle Due Terre.
Il Grande Trono che dà gioia al cuore degli dèi nella Casa di Ptah è il granaio di Ta-tenen, la padrona di tutta la vita, attraverso il quale si provvede al sostentamento delle Due Terre, grazie al fatto che Osiride fu annegato nella sua acqua. Iside e Nefti si affacciarono, lo videro e si presero cura di lui. Horus ordinò subito a Iside e Nefti di afferrare Osiride e di impedirne l’annegamento (cioè, l’immersione). Esse lo accolsero in tempo e lo portarono a terra. Entrò nei portali nascosti nella gloria dei signori dell’eternità, sui passi di colui che sorge all’orizzonte, sulle vie di Re il Grande Trono. Entrò nel palazzo e si unì agli dèi di Ta-tenen Ptah, signore degli anni.
Così Osiride entrò nella terra presso la Fortezza Reale, a nord della terra in cui era giunto. Suo figlio Horus sorse come re dell’Alto Egitto, sorse come re del Basso Egitto, nell’abbraccio di suo padre Osiride e degli dèi davanti e dietro di lui.
Nelle pagine seguenti analizzeremo il testo e le sue correlazioni con le altre principali cosmogonie egizie, nonché con il racconto di Genesi che, in alcuni punti, sembra riprendere concetti tratti dalle fonti faraoniche.
Proseguiamo, quindi con un’analisi puntuale della Pietra di Shabaka.
Il testo comprende due suddivisioni principali completate da una breve introduzione e un riassunto finale, in tutto quattro sezioni.
La prima parte riguarda l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto. Ptah (che incorpora l’Atum eliopolitano) opera attraverso Horus per realizzare questa unificazione.
La seconda ci narra un mito sulla creazione del mondo, la “Teologia menfita” o “Cosmogonia menfita” che stabilisce che Ptah è il creatore di tutte le cose, compresi gli dèi.
Il testo sottolinea che è a Memphis che ha avuto luogo l’unificazione dell’Egitto. L’iscrizione afferma anche che questa città è stata il luogo di sepoltura di Osiride, dopo che è andato alla deriva.
Questo particolare risulta della massima importanza.
A ribadire lo stretto legame tra regalità e mito di Osiride Seti I, padre di Ramses II e vero fondatore della regalità della XIX Dinastia, nel costruire il bellissimo tempio di Abydos, celebre per la sua lista di faraoni, fece inserire nella struttura un anche un Osireion, un cenotafio del dio Aser che fungeva da porta per il Duat.
Ma torniamo al testo.
Introduzione e titolazione reale
La prima riga della pietra presenta il quintuplice titolo reale del re:
– Horus vivente: Sebaq tawy – Che ha benedetto le Due Terre;
– le Due Signore: Sebaq tawy – Che ha benedetto le Due Terre;
– Horus d’oro: Sebaq tawy – Che ha benedetto le Due Terre;
– Re dell’Alto e del Basso Egitto: Neferkare;
– Figlio di Ra: [Shabaka], amato da Ptah-Sud-del-Suo-Muro, che vive come Ra per sempre.”
I primi tre nomi sottolineano la manifestazione del re come dio vivente (in particolare dell’Horus dalla testa di falco, dio protettore della stirpe reale), mentre gli ultimi due nomi (il nome del trono del re e il nome di nascita) si riferiscono al potere del faraone sull’Egitto, come suddiviso in Alto e Basso e come regno unificato dal potere del sovrano.
La seconda riga, un’introduzione dedicatoria, afferma che la pietra è una copia del contenuto superstite di un papiro mangiato dai vermi che Shabaka trovò mentre ispezionava il Grande Tempio di Ptah.
Tre indizi in questa prima sezione ci mostrano quanto importante fosse per il faraone nero di collegare la sua pretesa al trono alla santità di Memphis e della sua teologia.
Il primo è l’assunzione di Neferkare (Perfetto è il ka di Ra) come nome del trono o, in lingua originale, quale nome di nisu-bity, cioè del giunco e dell’ape, i simboli dell’Alto e Basso Egitto.
Non è un caso. Neferkare fu il Nome del Trono adottato da Pepi II, il celebre ultimo (o penultimo faraone) della dinastia che chiuse l’Antico Regno, la VI.
L’Antico Regno, con il fascino suscitato dalle sue conquiste in ogni campo tra cui le piramidi, rappresentò per tutte le dinastie successive, piccole o grandi che fossero, un’età dell’oro e una pietra di paragone fondamentale.
Il regno di Pepi II, considerato il più lungo di tutti i tempi perché durato ben 94 anni, rappresentava nella storia (forse un po’ mitizzata) della Khemet una sorta di apogeo del potere regale.
Il secondo indizio risiede sempre nella titolatura di Shabaka e precisamente nel suo none di sa-ra, il nome di nascita.
Nelle sue titolature rinvenute in altri luoghi, il nome Shabaka appare da solo o, al massimo, come Shabaka mery-Amun (amato da Amun) in omaggio a quella che a quell’epoca era considerata la divinità dominante nella sua unione con Ra, mentre nell’iscrizione menfita egli si presenta come “ (Shabaka) amato da Ptah-Sud-del-Suo-Muro, che vive come Ra per sempre.”
Risulta evidente che questo titolo ad hoc sia stato adottato per ribadire gli strettissimi legami tra il monarca e il tempio di Memphis, tra la sua regalità e la divinità del dio creatore Ptah-Atum.
Ma si va oltre. Il faraone nubiano vuole giustificare il suo diritto al trono, difficilmente ricollegabile alle dinastie precedenti sul piano della consanguineità, attraverso l’incuria e l’abbandono delle giuste tradizioni da parte degli egiziani “autoctoni”.
Il grande faraone ispezionando il tempio, avrebbe rinvenuto un papiro “mangiato dai vermi” contenente la teologia menfita.
Il topos letterario della “scoperta” e dell’incuria degli eredi della grandezza passata, giustificano le pretese del re venuto dalla Nubia che va a riempire un vuoto di potere e, soprattutto, a combattere l’empietà delle generazioni presenti.
L’unificazione dell’Egitto
Le righe da 3 a 47 descrivono l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto sotto il dio Horus a Memphis.
Il testo dichiara innanzitutto la supremazia politica e teologica del dio Ptah, re sia dell’Alto che del Basso Egitto e creatore dell’Enneade. L’iscrizione descrive poi come Horus, in quanto manifestazione di Ptah, regni inizialmente sul Basso Egitto mentre il suo rivale Set governa l’Alto Egitto.
Tuttavia, Horus riceve l’Alto Egitto da Geb, diventando l’unico sovrano della terra.
La cosmogonia menfita
Le righe da 48 a 64 raccontano il mito della creazione noto come teologia menfita.
Ptah, il dio patrono degli artigiani, dei metallurgici, degli artigiani e degli architetti, era visto come un dio creatore, l’artefice divino dell’universo, responsabile dell’intera esistenza.
La creazione fu dapprima un’attività spirituale e intellettuale, facilitata dal cuore (pensiero) e dalla lingua (parola) divini di Ptah. Poi, la creazione divenne un’attività fisica svolta da Atum, che, creato dai denti e dalle labbra di Ptah, produsse l’Enneade dal suo seme e dalle sue mani.
Riassunto
Le righe da 61 a 64 riassumono il testo nel suo complesso.
I miti relativi alla creazione del cosmo nell’antico Egitto appaiono in diverse fonti: I testi delle piramidi, i testi dei sarcofagi, il libro dei morti, la teologia menfita, nonché in vari inni, testi sapienziali e bassorilievi murali.
Queste fonti dimostrano che la cosmologia egizia possiede una base uniforme ed è allo stesso tempo diversificata. Sebbene esistano quasi una dozzina di miti della creazione egizi, i tre principali sono sorti nei siti cultuali di Eliopoli, Memphis ed Ermopoli.
Questi tre miti sono interconnessi l’uno con l’altro, come dimostra l’apparizione delle stesse divinità in più di una tradizione. Le cosmogonie di Eliopoli e Memphis hanno più punti in comune tra loro che con quella di Ermopoli.
Tuttavia, tutte e tre ci mostrano un comune riferimento ad un oceano primordiale, ad una collina primordiale e alla divinizzazione della natura.
Queste tre cosmogonie si occupano specificamente di come il dio o gli dèi hanno creato il mondo.
Non affrontano direttamente la creazione degli uomini e degli animali.
Gli Egizi svilupparono una tradizione separata per spiegare la creazione degli uomini e degli animali, ovvero il mito di Khnum, il dio vasaio.
[1] In quelle semitiche, sin dall’antichità prevale la forma Mizr-Misr: in ebraico: מִצְרָיִם, Mitzráyim; arabo: مصر, Miṣr. Mizraim è la doppia forma di matzor, che significa “tumulo” o “fortezza”, ed era il nome generalmente dato dagli ebrei alla terra d’Egitto e al suo popolo. I testi neobabilonesi usano il termine Mizraim per l’Egitto. Il nome era, ad esempio, inciso sulla Porta di Ishtar di Babilonia. Le iscrizioni ugaritiche si riferiscono all’Egitto come “Mṣrm“, nel 14 ° secolo a.C. Nelle lettere di Amarna l’Egitto è chiamato Misri, e nei registri assiri è chiamato Mu-ṣur. La parola araba classica per Egitto è Miṣr/Miṣru, campo fortificato, fortezza, nome che si riferisce all’Egitto nel Corano, sebbene la parola sia pronunciata come Maṣr in arabo colloquiale egiziano.
[2] Memphis.
[3] Anche considerando non vera la narrazione relativa al ritrovamento, il testo della stele è sicuramente molto più antico rispetto alla XXV dinastia; come minimo gli studiosi lo datano agli inizi del Nuovo Regno.
Si noti, pero’, che nel testo è già avvenuta la sincretizzazione dei due Horus e che anche la presenza di Thot si deve ad una conoscenza dell’Ogdoade ermopolitana avvenuta sicuramente in tempi successivi.
[4] Padre degli dèi, un aspetto di Geb, spesso identificato con Ptah, il dio creatore menfita.
[5] Le due corone del Basso ed Alto Egitto, ritenute capaci di compiere magie incredibili.
[6] Simbolo rispettivamente dell’Alto e del Basso Egitto
[7] Memphis era la città più meridionale del Basso Egitto, proprio al confine al confine tra il Basso e l’Alto Egitto.
[8] Malgrado il culto di Sokar sia presente in Egitto sin dai tempi più antichi (la prima attestazione scritta del suo nome risale alla II Dinastia), delineare la figura di Sokar e il suo dominio rappresenta un problema maggiore per gli studiosi, anche perché nel corso dei millenni altri dei tra cui Ptah ed Osiride, andarono a sovrapporsi e a contaminare l’originale campo di azione di Sokar. Divinità ctonia, patrona pero’ anche della lavorazione dei metalli e quindi nel dominio di Ptah, presenza necessaria in alcuni riti di rinnovazione del potere reale, questa figura è comunque indissolubilmente legata al concetto di imbarcazione con particolare riferimento alla barca solare; Il nome del dio appare scritto, infatti, sin dalle origini con le tre consonanti skr e questa grafia appare regolarmente per tutto l’Antico Regno e il I Periodo Intermedio, accompagnata o meno da un particolare determinativo raffigurante un’imbarcazione,
denominata Hnw, Henu, sulla quale stava generalmente un falco; la barca era così intimamente legata a Sokar da poter essere utilizzata da sola come ideogramma per designare il dio. Svariate ipotesi son state formulate sul significato e sull’origine del nome skr; una delle più convincenti mette in relazione il significato del verbo skr, “trasportare”, con la funzione principale attribuita a Sokar nei Testi delle Piramidi, cioe’ il trasportare, grazie ad una barca sacra con la quale lo stesso dio poteva essere identificato, il re defunto, sollevandolo nell’aldilà. Il nome sarebbe stato dunque in origine la descrizione di un’azione.
[9] In precedenza, abbiamo incontrato il verso: in cui Thot aveva preso forma come Ptah, nel quale viene evocato il dio della sapienza, della scrittura, della magia, della matematica e della geometria dal volto di sacro Ibis, divinità predinastica il cui culto principale si svolgeva ad Ermopoli.
La totalità della creazione è riassunta nell’espressione “tutte le cose e tutti i geroglifici”. La teoria di Menfi, nella sua versione tarda, ci rappresenta il mondo come un testo, che Ptah ha creato nel cuore e ha pronunciato per mezzo della lingua. Un testo nel quale Ptah si è realizzato nella realtà visibile attraverso la forma delle cose, a sua volta corrispondente ai geroglifici. Questa ardita ideazione viene esposta sempre in relazione con la teoria eliopolitana, ma la visione diventa più raffinata: l’atto materiale e animalistico della divina masturbazione si trasforma nella forza creatrice dell’intelletto rappresentato dalla parola e dal simbolo scritto.
Evidenti sono le correlazioni tra una tale concezione e quella kabbalistica relativa alla Torah parola scritta dall’immenso potere sintetizzato dalla formula ‘fuoco nero su fuoco bianco’,
NELLA FOTOGRAFIA: Pietra di Shabaka, proveniente da Memphis, Antico Egitto, XXV dinastia, 710 a.C.
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